martedì 14 febbraio 2012

Esistenza

More about La nausea
La Nausea: diario di ventitré giorni d’inverno, dal 30 gennaio al 21 febbraio del 1932. Giusto ottant’anni fa. In questi giorni, Roquentin-Sartre sente la sua inquietudine prendere forma, e scopre la Nausea. Tutto quel che segue è un tentativo affannoso e vano di cogliere la natura della Nausea, prima, e poi di sconfessare l’evidenza di quanto in realtà gli è chiaro fin dall’inizio. Consapevole da subito della sovrabbondanza e dell’ottusità fine a se stessa di ciò che esiste, Roquentin cerca in ogni modo qualcosa che dia torto alla sua intuizione, ovvero l’impossibilità per l’uomo di sollevarsi al di sopra dell’esistente e di dargli un senso.
Tenta dapprima, ingenuamente, di trovare un barlume di umanità nel suo stesso volto, che tuttavia gli appare muto come una carta geologica, inumano. Cerca un appiglio nelle parole, e pure è conscio che quest’ultime, nel descriverla, immediatamente congelano la realtà e ne fanno qualcosa d'altro; sa da subito che l'esistenza resterà sempre più ottusa e più forte di qualsiasi sua razionalizzazione. Si aggira quindi confuso in una “folla tragica” incapace di sfuggire al proprio destino; e il fatto di averne consapevolezza gli permette di cogliere la “sensazione di fatalità”, ma lo lascia costretto in un’uguale impossibilità di scelta, forzato nello stesso ‘tragico’ stato di esistente. In pieno carnevale, tempo di rovesciamenti necessari alla ricostituzione dell’ordine, prova qualcosa che “è come la Nausea e tuttavia è esattamente l’opposto: finalmente [gli] capita un’avventura”; ma anche questa (che pure non ci è dato di sapere in che cosa consista) giungerà a termine, e lascerà tutto esattamente immutato. Roquentin spera quindi nel potere della volontà (“Immagino sia per pigrizia che il mondo si rassomiglia tutti i giorni. Oggi aveva l’aria di voler cambiare. E allora tutto, tutto poteva succedere”) e dell’iconografia di una galleria di ritratti di nullità che non hanno inciso né lasciato traccia.
Trova a volte rifugio e sollievo nella biblioteca, che è ricordo di ciò che è stato, è memoria; ma spesso ne deve fuggire perché anche là sente incombere la mancanza di senso. Ed è proprio in biblioteca, dopo la decisione di abbandonare la ricerca storica, che Antoine perde una battaglia cruciale: “Ho voglia di alzarmi, di fare una cosa qualsiasi per stordirmi. Ma se alzo un dito, se non me ne sto assolutamente fermo, so benissimo cosa mi capiterà. E non voglio che mi capiti ancora. Tornerà sempre anche troppo presto. […] Soprattutto non muoversi, non muoversi… Ah! / Questo movimento delle spalle, non ho potuto trattenerlo. /  La Cosa, che aspettava, s’è svegliata, mi s’è sciolta addosso, cola dentro di me, ne son pieno… […] L’esistenza liberata, svincolata, rifluisce in me. Esisto. / Esisto. E’ dolce, dolcissimo, lentissimo”.
Roquentin non riesce più ad opporre resistenza, è tentato dall’abbandonarsi all’animalità dell’esistere, ne sente la lusinga; ma allo stesso tempo ne è atterrito. Non sa smettere di pensare, non sa smettere di esistere, sente di esistere suo malgrado e tenta un’impossibile fuga. “I pensieri, non c’è niente di più insipido. Ancora più insipido della carne.  […] Esisto perché penso… e non posso impedirmi di pensare […] sono perché penso, e perché penso?”. Esce, Antoine, lascia la biblioteca e si getta fuori. “Come esistono forte oggi le cose!” E’ oltre la Nausea e, colto dal panico di non poter sfuggire al mondo e a se stesso, trova in una notizia “Sensazionale” un ultimo disperato appiglio: lo stupro, tentativo estremo di salvezza. Di più: lo stupro di una bambina. Roquentin si perde in un desiderio lordo e violento, si sporca con i dettagli più sordidi, le dita della piccola contratte nel fango, e l’evocazione delle immagini diventa ricordo: “il fango sul mio dito [=pene] che usciva dal rigagnolo fangoso e ricadeva dolcemente, pian piano, s’afflosciava, grattava meno forte le dita della bambina ch’era strangolata […] l’esistenza è molle”. E’ forse Antoine, l’”ignobile individuo”, lo stupratore della “piccola Luciana assalita da dietro, violata dall’esistenza da dietro”? E’ forse questo, ciò che voleva non gli capitasse più? E dopo tutto, se Antoine irrimediabilmente esiste, se nemmeno questo tentativo estremo di strappo all’ottusa ‘molle’ continuità dell’esistenza ha alcun esito, se nemmeno lo stupro di una bambina è sufficiente a far finalmente ‘accadere’ qualcosa, fa forse differenza se, a commetterlo, sia stato un esistente o un altro? Se Antoine è in grado di rivivere, di sentire nella carne ciò che è successo, potrebbe benissimo esserne stato l’autore. Non cambierebbe comunque nulla.
Scrive Antoine: “Niente. Esistito”. Ovvero la crisi, l’urlo del giorno precedente, l’evocazione / memoria della violenza non sono servite, tutto è rimasto uguale a prima, l’esistenza ha avuto ancora una volta il sopravvento. E così, l’indomani, schiaccia la mosca con noncuranza, lui che nello spirito e forse nel corpo ha perpetrato una violenza ben maggiore, e afferma: “L’ho sbarazzata dell’esistenza. […] Le ho reso un servigio”. Alla mosca, alla bambina? Comunque sia, perfino uccidere rimane un atto interno all’esistente.
“E’ dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. […] La Nausea […] sono io stesso”:  la guerra è persa, Antoine esiste esattamente con la stessa mostruosa evidenza di una radice di castagno, parte indistinta di un tutto senza senso, di un’esistenza eccessiva e invadente dalla quale non si può sfuggire nemmeno con l’atto volontario di togliersi la vita – resterebbe un cadavere, sangue, ossa, tutto è di troppo - anche questo.
Roquentin esclude il ricorso a qualche trascendenza, perché la Nausea è proprio consapevolezza della gratuità dell’esistente, che esiste senza causa e senza fine, e senza lasciare di sé un ricordo. Avvolto da tanta passività appiccicosa, Antoine ne prova oppressione e, visto vanificarsi ogni tentativo di riscatto, finalmente, noia. Incontrerà Anny, antica amante ormai grassa, molle, “tornata solo per toglier[gli] ogni speranza”. Deciderà di lasciare Bouville, come se ciò potesse fare una qualsiasi differenza. Tanto per fugare ogni dubbio, vedrà in un patetico Autodidatta  incontrato in biblioteca la crassa esistenza corporea sopraffare lo sforzo intellettuale e l’idea politica, vanificandole.
Solo ascoltando e riascoltando il canto del sassofono, Antoine si culla brevemente, fugacemente in qualcosa che, infine, ha una propria completezza, perfino un senso; e coglie infine il desiderio che ha accomunato tutti i suoi tentativi affannosi e all’apparenza slegati: “cacciare l’esistenza fuori di me” e, finalmente, ESSERE. Essere come l’aria di jazz, nata dal pensiero di un uomo qualunque, resa viva dalla voce di una qualunque donna, ma ormai indipendente e autonoma, e perfetta. Peccato, peccato che la musica, al pari di una perfetta figura geometrica, non possa anche ‘esistere’…



venerdì 10 febbraio 2012

Neve


mercoledì 8 febbraio 2012

Neve

venerdì 3 febbraio 2012

Pensiero


Sono perché penso, e perché penso?
[Jean-Paul Sartre, La Nausea]

giovedì 2 febbraio 2012

Asciutte

Questa frase io l’avevo pensata; era stata un po’ di me stesso. Adesso s’era impressa nella carta e faceva blocco contro di me. Non la riconoscevo più. Non potevo nemmeno ripensarla. Era lì, di fronte a me, invano avrei ricercato in essa un segno della sua origine: chiunque altro avrebbe potuto scriverla. Ma io, io, non ero affatto sicuro di averla scritta. Le lettere adesso non brillavano più, erano asciutte. Anche questo era scomparso: non restava più niente del loro effimero splendore.
[Jean-Paul Sartre, La Nausea]

martedì 31 gennaio 2012

(Giornata della) Memoria


More about Destinatario sconosciutoQuesto è il racconto di un'inattesa rilettura, e di un libro che chiama e vuol dire qualcosa.

Qualche sera fa sono stata a teatro; ci andavo spesso un tempo, ora non più. E' capitato per caso, perché conoscevo l'attore, perché ho assistito alle prove e poi mi sono fermata. Ma non mi ero preparata e non conoscevo il testo, che mi era solo vagamente familiare –forse solo per somiglianza con qualcos'altro di simile, forse un film, chi sa. Destinatario sconosciuto. Un bel titolo, il carteggio tra due amici e soci in affari, ebreo e tedesco; è il 1932, l'ebreo rimane a San Francisco, il tedesco rientra in Germania e prende a simpatizzare con il nazismo, ed è l'inizio di un crescendo di violenza e vendette che non risparmierà nemmeno i sentimenti più nobili. Dopo lo spettacolo sono rientrata a casa con la sensazione di qualcosa di incompiuto.

L'indomani, in casa, ho trovato una scatola ancora chiusa dall'ultimo trasloco. Mi era sfuggita: la apro, e mi trovo fra le mani un volumetto: Destinatario sconosciuto di Katehrine Kressmann Taylor, con una data di oltre dieci anni fa. Un periodo in cui leggevo pochissimo, perché mai l'avrò comprato… Mi riprometto di rileggerlo, e lo appoggio accanto al letto.

Passa un altro giorno, trovo il tempo per sfogliare le pagine che sembrano ingiallite ad arte. Ne esce una busta prestampata con un biglietto scritto a mano: qualcuno che mi ringrazia –ma tu guarda!- per avergli procurato un posto a teatro.

Se c'è un senso, ancora mi sfugge.

martedì 17 gennaio 2012

Voler Scendere


More about Lettera di dimissioniMa è possibile che un liceale promettente, che sa far dialogare fisica e filosofia com'era alle origini, finisca in pochi anni (sono appena quindici) a badare da solo a trentadue bambini di tre anni e a vergognarsi di dover chiedere alle mamme di portare a scuola carta colori fazzoletti? Si? E' possibile? Ma come è possibile? Ecco: è possibile così. Passo dopo passo, qui è spiegato tutto.
Valeria è cresciuta un altro po'. Non disegna più mosche né balene, ha attraversato già tutto il suo lungo doloroso farsi madre. Ama sempre le parole, la frase ben costruita, ma le usa ora senza incanto. Guarda il mondo da dopo: dopo l'amnesia, l'assenza, il tradimento, dopo l'abbaglio del successo, dopo lo stereotipo e il compromesso. Valeria ora sa, perché si è sporcata.
E decide di non raccontarci un'altra storia di precariato, di guerra sempre persa con l'estratto conto, le sofferenze della quarta settimana del mese. No: questa è la storia di un successo, e del suo prezzo. Clelia, così limpida, poco a poco si scopre fatta di una materia opaca, densa, fangosa. Non è colpa sua? E' stato il mondo a obbligarla? Ma Clelia è diventata mondo lei stessa, lei sporca, lei ferisce. Per l'arte, certo. In nome di qualcosa di nobile e alto. Prendendosi la responsabilità… ma non è vero.
Si, il mondo è più grande. Si, è più forte. E si, l'avrà vinta. Ma Clelia vince quando sceglie di fare un passo indietro, di concentrarsi su un orizzonte più ristretto e su un mondo in scala ridotta, nel quale sia ancora possibile assumersi realmente una responsabilità personale.

Favoletta morale di oggi, che con la sua protagonista nasce sognante, cresce impegnata, diventa cinica nella maturità per conludersi con un improbabile lieto fine, un po' semplicistico ma colmo della speranza che "questi quindici anni" possano davvero essere finiti. 

lunedì 2 gennaio 2012

Duemiladodici

...un po' come il 1929.
O anche '30

domenica 25 dicembre 2011

Assenze


More about Vanità della mentePoi qualcosa che non era sgomento e non era sollievo. Riconoscere chi? Non era lui, non era lì, non era altrove.

Dove vanno, quelli che non ci sono più? Che non percorrono le nostre stesse strade, che non vedono le stesse luci al margine. Davvero sono là, sono quelle ombre che ci sembra di scorgere? O forse quelli che ci sembra di intravvedere sono soltanto gli occhi di quando eravamo ragazzi / che ora tornano per spaventarci. Il corpo morto è un guscio vuoto, chi abbiamo amato non è questa carcassa, non è qui; e pure, non è più nemmeno altrove, non è più. Restiamo noi, con la pelle troppo sottile per sopportare la vita e il ricordo e la tenerezza straziante.
Difficile, scrivere del libro di Gian Mario. Perché la biografia emerge sempre, e gli occhi rossi con lo sguardo rimasto vigile, quasi scanzonato, me li ricordo bene. Perché ogni pagina mi toglie uno strato di pelle, e di carne, e mi sfinisce. Perché la copertina è di Claudio, e anche questo vuol dire.
Lascerò ad altri di misurare quando, e quanto, e come Villalta faccia il verso a Zanzotto, e con che esito. Io, mi tengo la luce dei lampioni accanto agli svincoli, le sere fredde e umide, i campi e la campagna dove dev'essere stato bello crescere, per gli animali soprattutto. E scrivo questa scarna recensione, per me sola; perché

Ora è diverso, tutto più incompiuto.
Quasi quaranta anni e solo adesso
so che possiedo poco della vita, e regalato.
Invece ho pagato quello che non ho avuto
e ho conosciuto con il desiderio
e le parole: non è la parte migliore
di me, però le stanze di una casa vuote
fanno la pioggia più grande, più bianco il sole.

giovedì 8 dicembre 2011

Ridondante

More about Memoriale del convento
Pomposo, ripetitivo, inutilmente prolisso.
L'ho letto sentendomi persa, sempre con l'impressione che -come il manovale che costruisce il convento- non sarei riuscita a vederne la fine.
Molto Saramaghiano. Troppo.