martedì 20 maggio 2014

Scarpe

Ho fatto l'erasmus, lasciato l'università, ripreso l'università. Mi sono laureata, sposata, separata, ho fatto due figli, vissuto in nove case e cinque città diverse, cambiato otto lavori.

E loro sono ancora qui a portarmi avanti.

domenica 18 maggio 2014

Nostalgia

Breve e doloroso elenco delle cose che mi procurano una fitta acuta di ricordi:
spegnere la sveglia al mattino;
mettere a bagno le orchidee;
vuotare la lavatrice;
ascoltare Varela e D'Arienzo;
spostare il segnalibro da una pagina all'altra, quando studio;
mangiare pesce a cena;
guardare un'ultima volta il telefono prima di dormire;
pensare al mare Adriatico;
evocare la frase "lo stupore del corpo";
indossare stivali o sandali;
....troppe altre che non scriverò.

venerdì 16 maggio 2014

Rimpianto

La scorsa settimana, Internazionale ha pubblicato, nella rubrica Pop, un articolo dal titolo "Cos'è il rimpianto".
È la traduzione di un intervento di Carina Chocano dell'autunno 2013.

E io, che ho perso le parole tanto tempo fa, che non so esprimermi ormai che con le parole degli altri; io, cos'altro posso aggiungere?
Che rimpiango di non averlo saputo scrivere.

venerdì 4 aprile 2014

Google stats

Qualcuno ha trovato il Glossario di bordo cercando su google "espiazione robbie cadaveri ragazze".
Sapevàtelo!

lunedì 31 marzo 2014

Memory and Desire

I. THE BURIAL OF THE DEAD

April is the cruellest month, breeding 
Lilacs out of the dead land, mixing 
Memory and desire, stirring 
Dull roots with spring rain. 
Winter kept us warm, covering  
Earth in forgetful snow, feeding 
A little life with dried tubers. 
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee 
With a shower of rain; we stopped in the colonnade, 
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour. 
"Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch."
And when we were children, staying at the archduke’s, 
My cousin’s, he took me out on a sled, 
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went. 
In the mountains, there you feel free. 
I read, much of the night, and go south in the winter. 
 
What are the roots that clutch, what branches grow 
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only 
A heap of broken images, where the sun beats, 
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief, 
And the dry stone no sound of water. Only 
There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock), 
And I will show you something different from either 
Your shadow at morning striding behind you 
Or your shadow at evening rising to meet you; 
I will show you fear in a handful of dust.
        "Frisch weht der Wind" 
        "Der Heimat zu," 
        "Mein Irisch Kind," 
        "Wo weilest du?" 
“You gave me hyacinths first a year ago;
They called me the hyacinth girl.” 
—Yet when we came back, late, from the Hyacinth garden, 
Your arms full, and your hair wet, I could not 
Speak, and my eyes failed, I was neither 
Living nor dead, and I knew nothing,
Looking into the heart of light, the silence. 
"Öd’ und leer das Meer." 
 
Madame Sosostris, famous clairvoyante, 
Had a bad cold, nevertheless 
Is known to be the wisest woman in Europe,
With a wicked pack of cards. Here, said she, 
Is your card, the drowned Phoenician Sailor, 
(Those are pearls that were his eyes. Look!) 
Here is Belladonna, the Lady of the Rocks, 
The lady of situations.
Here is the man with three staves, and here the Wheel, 
And here is the one-eyed merchant, and this card, 
Which is blank, is something he carries on his back, 
Which I am forbidden to see. I do not find 
The Hanged Man. Fear death by water.
I see crowds of people, walking round in a ring. 
Thank you. If you see dear Mrs. Equitone, 
Tell her I bring the horoscope myself: 
One must be so careful these days. 
 
Unreal City,
Under the brown fog of a winter dawn, 
A crowd flowed over London Bridge, so many, 
I had not thought death had undone so many. 
Sighs, short and infrequent, were exhaled, 
And each man fixed his eyes before his feet.
Flowed up the hill and down King William Street, 
To where Saint Mary Woolnoth kept the hours 
With a dead sound on the final stroke of nine. 
There I saw one I knew, and stopped him, crying “Stetson! 
You who were with me in the ships at Mylae!
That corpse you planted last year in your garden, 
Has it begun to sprout? Will it bloom this year? 
Or has the sudden frost disturbed its bed? 
Oh keep the Dog far hence, that’s friend to men, 
Or with his nails he’ll dig it up again!
You! "hypocrite lecteur!—mon semblable,—mon frère!”" 
 
[T.S.Eliot, The waste land]

martedì 4 marzo 2014

The Best I Could

Philip Roth, il migliore anche se non scrive

di ELENA STANCANELLI

Philip Roth, il migliore anche se non scrive


"I did the best I could with what I had". Philip Roth ha smesso di scrivere. Lo ha annunciato, spiegato commentato.  Sono passati un po' di mesi e purtroppo non ha cambiato idea. Dà interviste nelle quali racconta che non avrebbe mai immaginato che potesse esserci tanta vita fuori della narrativa. Che studia, nuota, passeggia per la campagna e non ha alcun rimpianto.

Prima di decidere di smettere, spiegava anche ieri in un'intervista pubblicata sul New York Times in occasione dell'uscita del Teatro di Sabbath in svedese, ho riletto tutti i miei 31 romanzi. Volevo capire se avevo sprecato il mio tempo. Non puoi esserne sicuro.

La mia conclusione, una volta finita questa maratona di lettura, riecheggia la risposta data da un uomo, un mio eroe: il pugile Joe Louis. Campione del mondo dei pesi massimi per 12 anni, dal 1937 al 1949,  Joe Louis era un ragazzino nato poverissimo e con una forma misteriosa di difficoltà nel linguaggio. Non proprio una malattia, non proprio un autismo, non proprio dislessia. Semplicemente Joe Louis parlava male e quindi parlava molto poco. Così, quando alla fine della sua lunghissima carriere i giornalisti gli chiedono se si sente soddisfatto, se c'è qualcosa che avrebbe fatto diversamente, se ha dei rimpianti, lui risponde con dieci parole in tutto:

"I did the best I could with what I had". Tradurlo in italiano è un peccato, perché al solito servono molte parole in più e si perde l'incisività. Ma viene più o meno: ho fatto il meglio che ho potuto con i mezzi che avevo.
Ecco, dice Philip Roth, anch'io potrei rispondere così "I did the best I could with what I had".

E poi dice un'altra cosa, rispondendo all'ennesima domanda sul Nobel che non ha mai (ancora) ricevuto: mi domando spesso se avrei incontrato un maggiore favore nell'Accademia di Svezia intitolando il Lamento di Portnoy "The Orgasm Under Rapacious Capitalism" (non fatemelo tradurre, vi prego: è così perfetto).
Grazie Philip Roth. Di qua e di là dalla rabbia sei sempre il migliore.

giovedì 2 gennaio 2014

Ritorno

Dulce Maria Cardoso, Il ritorno
Angola, 1974. La famiglia di Rui ha atteso a lungo prima di andarsene, ma ormai dei loro vicini non è rimasto più nessuno; da un anno le strade sono piene di ribelli, uscire da soli è diventato pericoloso, a volte qualcuno sparisce per non fare più ritorno. Oggi anche Rui e i suoi saliranno su un aereo per la Madrepatria. La giornata scorre lenta, le decisioni ancora da prendere riguardano gli oggetti da portare con sé nel bagaglio, necessariamente leggero, e da abbandonare, magari bruciando quel che resta perché nessuno possa goderne al posto loro. La scelta è semplice per Rui e sua sorella, ancora adolescenti, più dolorosa per la loro madre, debole di nervi e costretta a lasciare dietro di sé i ricordi di una vita. All'improvviso però qualcuno suona alla porta: sono soldati ribelli, che arrestano il padre e lasciano la famiglia attonita e smarrita. Si imbarcano comunque, con l'aiuto di uno zio omosessuale che non intende partire, e diventano "retornados": profughi nel proprio Paese, senza denaro senza abiti e senza un luogo dove andare, sono ospitati a spese dello stato in un hotel lussuoso ma sovraffollato, dove il disordine e il degrado avanzano di giorno in giorno. In questa situazione sospesa, Rui rimpiange gli amici di un tempo e ne conosce di nuovi, si ribella ai professori, corteggia qualche compagna di scuola e fa le sue prime esperienze sessuali; ma allo stesso tempo prova a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito a salvare suo padre, e matura la consapevolezza di essere il nuovo capo famiglia e di doversi prendere la responsabilità del futuro proprio, di sua madre e di sua sorella; in una parola, cresce. Il ritorno è dunque un romanzo di formazione, narrato dalla voce dello stesso Rui, con la delicatezza e la cruda violenza della sua età. Illusione di onnipotenza e grande smarrimento, rispetto e tradimento dell'amicizia, ottusa ribellione e senso di responsabilità, desiderio di chiassosa compagnia e ricerca di un posto solo per sé, sfida delle regole comuni e profondo senso di giustizia: tutte contraddizioni che Rui affronta con gli strumenti ancora poco raffinati di un ragazzo, e pure con un disinvoltura che gli permette di destreggiarsi e cavarsela sempre, nella faticosa conquista di se stesso. E pure, ne Il ritorno c'è dell'altro. Fin dall'inizio Rui, ragazzo, intriso di futuro, vive una nostalgia non sua, il rimpianto di una Madrepatria che non ha mai conosciuto. Ascolta i racconti di sua madre, storie di povertà e miseria, e ne coglie - con la nostalgia di luoghi e di persone, e il rimpianto per un clima più vivibile - anche il desiderio per qualcosa di perduto, un futuro luminoso che non c'è stato, e per una terra che sia Casa. Non si fa cogliere dalla malinconia, Rui; sa che suo padre lo vuole uomo, e come lui comincia a costruire un domani solido, certo che la fatica porti la giusta ricompensa. Ascolta su madre, ma anziché riandare a un passato che non conosce, trasforma anche il rimpianto in desiderio per un paese di sogno, dove le ragazze sorridono e  portano ciliegie come orecchini. Poi, il ritorno diventa reale. Non un desiderio o un timore, ma un semplice fatto doloroso; e Rui si trova privato di tutto, del suo nome perfino, nella scuola di un Paese che non lo riconosce, dove lui e gli altri come lui si equivalgono e possono, devono rispondere al nome di Retornados. Ritornati. Proprio loro che in Madrepatria non erano mai venuti, loro nati e cresciuti altrove, loro che altrove esistevano e avevano un futuro e che qui ne sembrano privati. Retornados, reduci di un viaggio a ritroso, dalla terra dove qualunque cosa fiorisce a un luogo grigio e freddo e spoglio, che non li vuole. È una cosa da vecchi, il ritorno, spetta a chi ha già vissuto. Scelta coraggiosa, quella di farlo raccontare a chi vive il tempo mobile di quando si è ragazzi, che sfugge sempre in avanti, o all'indietro, senza lasciarsi mai cogliere.

domenica 1 dicembre 2013

Decadenza

Tutto il can-can di questi giorni avrebbe dovuto convincermi che qualcosa stia davvero cambiando, o che addirittura sia cambiato; invece, la parola Decadenza continua ad avere lo stesso significato di quando l'ho incontrata la prima volta, tanto tanto tempo fa.

Facevo la terza elementare, dovevo studiare una pagina dal sussidiario; il capitolo si intitolava Crisi e decadenza dell'Impero Romano. Parlava di come i valori civili e culturali avessero comihciato ad essere messi in discussione, di come il loro rispetto fosse diventato sempre più raro, e di come tutto questo avesse gradualmente ma irrimediabilmente minato una intera civiltà, che in seguito non era più stata in grado di riprendersi e risollevarsi.

In quanto è accaduto di recente non vedo nulla di diverso; e Decadenza continua a significare non tanto la cessazione di un incarico, quanto l'effetto di troppi anni di scelleratezza. 


martedì 12 novembre 2013

Orango

giovedì 7 novembre 2013

Federico

E intanto la vita è passata; mi sono distratta, è stato un attimo.
Ma dov'è andato adesso lo scemo del villaggio?

http://m.youtube.com/watch?v=k9kcWcP9504&desktop_uri=%2Fwatch%3Fv%3Dk9kcWcP9504l