giovedì 21 agosto 2014

Invidia


E' con i cattivi sentimenti che si fanno i buoni romanzi.
Aldous Huxley (credo)

giovedì 14 agosto 2014

Libertà


Grazie, Wired.



I media decidono “perché” ci si uccide. Di Robin Williams e del “discorso” che esorcizza la libertà degli umani

(foto: Getty Images)
(foto: Getty Images)
Decidono alla velocità della luce. Era depresso. Si è ucciso. Ciò che è detto in California, è detto ovunque. La diagnosi avvolge l’universo informativo alla velocità elettrica che porta l’informazione. Eppure, che qualcuno desse la sua versione della tua libertà, è ciò che accadeva quando ci riscaldavamo con i tocchi di legno.
Non è una novità. Ma quando succede per un personaggio che tutti conoscono lo noti ancora di più. Questa forza dei media di dotare l’evento di un senso che entra a far parte dell’evento stesso. Che riconosci come falso, ma non riesci a fermare, come un cattivo odore nell’aria. “Lui si è ucciso perché era depresso”. Ecco che la “realtà” è costruita. E i social media rafforzano lo strato di pregiudizio, solidificano la convinzione planetaria, la rendono inscalfibile pena lo stigma e la condanna del contestatore.
A questo punto i politici possono dare il via al loro delirio. Ed è quasi normale che oggi ci sia chi si chiede se non si debba far qualcosa per “prevenire”. La “camicia di forza” sta sempre nell’inconscio della politica, anche di quella più liberale.
E invece bisognerà gridare con tutta la poca forza che rimane, anche se ci si trova da soli, che loro non hanno in mano una prova, come quando decidono il colpevole di una catastrofe. Bisognerà dirglielo, che il nesso fra depressione e suicidio non è mai sperimentalmente provato, se non nel mondo delle loro statisticuzze manipolate e delle loro teorie di medio raggio. Ripetere che psichiatri e psicologi quando escono dal loro studio ed entrano in uno studio televisivo, in una redazione o in un social network sono funzionari dell’ordine sociale, del “non si deve”, del divieto. Come quelli che, nominati consulente di un giudice, “sanno” già che l’imputato è  colpevole perché in realtà non conoscono la linea di confine fra “consulere” e decidere, tra il diritto e le concezioni del mondo. Non stanno al loro posto. Esondano nelle menti altrui.
La libertà di morire non si identifica qui e subito con la depressione. Il desiderio di non andare più avanti, di scendere dal treno non solo non è un reato – come invece avviene negli ordinamenti più criminali – ma è una idea con una sua dignità e una sua continua presenza lungo tutto il corso della vita. Che dice a tutti noi che la morte è realtà, questo è il crimine che chi la pratica commette. Eppure, come scriveva Vladimir Nabokov, “La culla dondola sull’abisso”. Noi “stiamo per” morire, dal momento dalla nascita. Paura eh? Meglio chiamare lo specialista.
Bisognerà pur smetterla di criminalizzare e medicalizzare tutto ciò che la società non approva moralmente. Il riflesso condizionato che fa scattare la misura repressiva sulla base del disgusto o del terrore dovrà spezzarsi una buona volta. E uno di questi modi sarà legalizzare l’eutanasia e il diritto di morire, per dire di un tema contiguo a quello del suicidio “puro”.
Ma anche quello della buona morte è un recinto stretto. Il desiderio di morire non appartiene solo a chi è in metastasi o a chi – trombe dell’apocalisse, suonate – “era drogato”, a questo punto è un sabba di fantasmi neri. Sciocchi.
Si può voler morire perché si è persa l’unica persona che nel mondo desse a te una ragione di vivere, e non c’è nessuna sanità prescritta nel “riprendersi”. Si può voler morire perché, dopo aver fatto tutto quello che di meglio potevi fare nella vita, senti di aver varcato la linea d’ombra e il pezzo in ombra tu non vuoi percorrerlo – e non c’è ciancia di religioso che tenga. Si può “voler” morire perché così senti.
Morire non è solo il diritto del malato. La morte è una idea non-malata. Non dico sana, solo perché non so cosa sia “sana.” E la parola dei media dovrebbe smetterla di piantare le bandierine della banalità e dell’idiozia di senso sopra ciò che non si spiega. La necessità di chi fa i titoli non può limitare la libertà delle persone. Fino a quando non accade questo, la libertà non esiste, e ogni media equivale all’inquisitore seicentesco, che impone il suo senso con la tortura.

domenica 13 luglio 2014

Gradiente termico verticale

"Il gradiente termico verticale è il valore (o tasso) con cui cambia latemperatura dell'aria al variare della quota.
In atmosfera standard equivale a −6,5 °C ogni 1 000 m, ma in realtà può discostarsi molto da questo valore a seconda delle condizioni atmosferiche e del luogo considerato; può crescere molto in presenza di regimi turbolenti dell’aria o in presenza di forte riscaldamento del suolo.
Se il valore è superiore a 10 °C ogni 1 000 m (1 °C/100 m) l'aria è instabile (succede in caso di temporali)."
Cosí wikipedia, passim.
Quindi, in caso di temporale, salendo di 3.000 metri la temperatura può scendere anche di 30°C.
Ecco. Oggi ho imparato questo.
E anche, forse, qualcosa sul mistero; e sul significato che una vita acquista a seconda del momento e del modo in cui finisce.

Disperso

Fino a ieri, disperso era il padre di mio nonno, soldato austriaco della prima guerra mondiale mai tornato dalla Galizia.
Disperso: per sua moglie con tre figli piccoli, aspettare, aspettare, e un giorno dover decidere, a esserne capaci, che non tornerà più. Per mio nonno, che era uno di quei bambini, crescere senza un padre, senza doveri e pure senza diritti.
Ora, disperso è il figlio di quello stesso nonno.
Volava con il parapendio, ed è stato risucchiato da una nuvola (cosí dice il giornale).


Diversa l'attesa, più breve, e finita.

sabato 12 luglio 2014

Superfetazione

n.f. [pl. -i]

1 ( biol.) anomalia fisiologica per cui, dopo la fecondazione di un ovulo, si produce un altro ciclo mestruale con maturazione di un ovulo che viene a sua volta fecondato; determina, qualora il secondo embrione riesca a svilupparsi, un parto gemellare | ( bot.) fecondazione di un ovulo a opera di pollini di tipo diverso

2 ( arch.) corpo di costruzione aggiunto a un edificio dopo il suo completamento e che ne guasta la linea costruttiva originaria

3 ( fig.) aggiunta superflua; ripetizione pleonastica: le superfetazioni della prosa barocca 

¶ Dal lat. mediev. superfetatione(e), deriv. del class. superfetare ‘concepire di nuovo’, comp. di super ‘oltre, in più’ e un deriv. di fetus ‘feto’

martedì 8 luglio 2014

Scout

"Il fiuto per scoutare il business ce l'ha l'imprenditore"

lunedì 7 luglio 2014

Frustrazione

fru-stra-zió-ne

Delusione, umiliazione; insoddisfazione
dal latino: frustratio delusione, da frustrare, derivato dell'avverbio frustra inutilmente.

La frustrazione è un sentimento di profonda umiliazione; si sente come inutile qualcosa che si è fatto, un proprio sforzo, ci si sente atterrati, feriti, in un'insoddisfazione disperata e silenziosa.
Ed è forse questo il connotato più forte della frustrazione: il silenzio. Un desiderio, una vocazione frustrata non è strepitosa - non scoppia, ma ti consuma lentamente; la frustrazione di una vita in cui ti devi ricordare ogni giorno che la tua opinione non conta ti ovatta l'intelletto, ti insonorizza il cuore; e la liberazione dalla frustrazione passa sempre per un'asserzione, per una voce.

http://unaparolaalgiorno.it/significato/F/frustrazione

martedì 20 maggio 2014

Scarpe

Ho fatto l'erasmus, lasciato l'università, ripreso l'università. Mi sono laureata, sposata, separata, ho fatto due figli, vissuto in nove case e cinque città diverse, cambiato otto lavori.

E loro sono ancora qui a portarmi avanti.

domenica 18 maggio 2014

Nostalgia

Breve e doloroso elenco delle cose che mi procurano una fitta acuta di ricordi:
spegnere la sveglia al mattino;
mettere a bagno le orchidee;
vuotare la lavatrice;
ascoltare Varela e D'Arienzo;
spostare il segnalibro da una pagina all'altra, quando studio;
mangiare pesce a cena;
guardare un'ultima volta il telefono prima di dormire;
pensare al mare Adriatico;
evocare la frase "lo stupore del corpo";
indossare stivali o sandali;
....troppe altre che non scriverò.

venerdì 16 maggio 2014

Rimpianto

La scorsa settimana, Internazionale ha pubblicato, nella rubrica Pop, un articolo dal titolo "Cos'è il rimpianto".
È la traduzione di un intervento di Carina Chocano dell'autunno 2013.

E io, che ho perso le parole tanto tempo fa, che non so esprimermi ormai che con le parole degli altri; io, cos'altro posso aggiungere?
Che rimpiango di non averlo saputo scrivere.