parole scritte o dette, parole in versi o in prosa, parole per convincere o per ricordare, per confidarsi, redimersi o mentire: questo spazio è dedicato alla lettura, alla scrittura, e alla vita.
mercoledì 1 aprile 2009
Alllora, la migliore definizione? E' un collage, metà dell'ex ministro Gentiloni e metà del mio amico Stefano:
"Arma di distrazione di massa, che unisce l'inutile al disdicevole".
E' ora!
Ora locale: riferita al meridiano del luogo in cui ci si trova
Ora civile: tempo medio del meridiano centrale del fuso orario dove si trova l'osservatore
Ora solare: calcolata in base al passaggio del Sole sul meridiano centrale del fuso orario
Ora legale: ora media determinata dal governo per ogni nazione
Ora canonica: ciascuna delle ore della giornata destinate dai canoni agli atti liturgici. (est.) il momento opportuno.
A proposito dell'articolo del manifesto del 28 marzo sull'ora di religione... magari a qualcuno può sembrare che si esageri, che i casi citati siano eccezionali. E invece no. Altrimenti non sarebbero successe, anche a noi, tutte le stesse cose.
- "Così capita che i docenti rassicurino i dubbiosi dicendo: «Faremo solo canti di pace, non vi preoccupate»." A noi hanno detto che avrebbero insegnato solo i valori universali. In che senso, universali? Creazione, cacciata dall'Eden, la-chiesa-casa-di-Gesù...
- "La maestra ha spiegato che c'era un solo bambino musulmano che non si avvaleva. [...] la maestra ha detto che era meglio che la bambina facesse religione per non restare isolata dai compagni. " Così, anche noi. Uguale. Ugualissimo. Con la differenza che abbiamo comunque barrato la casella NO.
- "...mio figlio ha fatto religione e anche gli altri che, come lui, non avrebbero dovuto farla. E' successo che nessuna insegnante, compresa quella di religione, si è accorta del fatto che in classe durante l'ora di religione c'erano anche i bambini che avrebbero dovuto essere esentati. Ho scoperto tutto solo alla festa di fine anno, quando l'insegnante mi ha messo in mano il quaderno di religione di mio figlio...". Noi ce ne siamo resi conto la volta che la bimba è arrivata a casa cantando "Io ho un amico che mi ama, il suo nome è gesù".
- "Farebbe scandalo e si creerebbe un caso se una scuola organizzasse in modo strutturato l'ora alternativa e desse dei progetti concreti ai genitori. Eppure basterebbe che dicesse: «Per chi non si avvale della Irc, ci sarà un corso di teatro con spettacolo a fine anno, oppure una storia del cinema per bambini o un corso di rime per testi rap». Macché. Cosa si fa? Non si sa! Per una sorta di tacito accordo, l'ora alternativa è un'ora di ciondolamento se non proprio di discriminazione. L'importante è che non sia attrattiva, questo è imperativo per le gerarchie ecclesiastiche. Non deve suscitare interesse nei bimbi che fanno l'ora di religione cattolica. Se fosse un'ora di laboratorio intelligente al momento di dividere la classe qualcuno potrebbe dire: «Pure io voglio fare l'ora alternativa». Questo non deve succedere. Deve valere il contrario. I bimbi che non si avvalgono devono avere qualcosa di meno." Di fronte alla nostra proposta di fare del volontariato, offrendo delle attività strutturate (presentare le figure della mitologia classica, raccontare le avventure di Orlando...) ai bambini che 'non si avvalevano', ci è stato risposto che proporre un'iniziativa interessante avrebbe potuto indurre altri a scegliere di non partecipare all'ora di IRC (Insegnamento della Religione Cattolica). Pertanto... no.
Insomma: è tutto banalmente vero. E allora, forse, è ora, di cambiare.
sabato 28 marzo 2009
Differenziamoci
differenziàre: [da differenza] Rendere differente. Rendere vario. Calcolare il differenziale. + Far risaltare.
Nessuno di questi è il significato che cerco. Insisto.
differenziàrsi: Essere o diventare differente. Distinguersi.
Ancora no. Allora forse...
differenziàto: part. pass. di differenziare; anche agg.. Che ha assunto caratteristiche proprie.
Non ci siamo...
Che si diversifica in base a delle distinzioni: insegnamento d.; raccolta differenziata dei rifiuti.
Eureka! Ci siamo: la raccolta differenziata dei rifiuti. "Dal rifiuto una risorsa. Differenziamoci". Detto, fatto: una telefonata, ed ecco che ci consegnano a domicilio i sacchetti grigi, quelli gialli, e poi il bidone rosso e quelli, più piccoli, marrone, bianco e blu. Trovato un posto per tutti, eliminati gli ultimi sacchetti indifferenziati, ci mettiamo di buona lena a smistare.
Tutto va bene fino a quando si tratta di carta, vetro, lattine, "frazione organica". Ma poi: la confezione dei bastoncini di pesce andrà tra la carta, oppure è carta oleata e va nella "frazione residua secca"? Il contenitore del latte sarà plastica del tipo riciclabile? E la pellicola che racchiude i biscotti? Il sacchetto della pasta? Le lattine smaltate del tonno al naturale?
Da bravi cittadini attivi, cerchiamo di informarci; e scopriamo che la confusione non è solo nostra. I produttori non hanno alcun obbligo di di segnalare se il materiale sia riciclabile o meno, e come; e quelli che aggiungono un logo alla confezione non possono essere certi di venire compresi, visto che -ad esempio- i simboli rotondi o triangolari con frecce che si rincorrono possono significare sia che il materiale è riciclabile, sia che è riciclato. E a noi rimane il problema di riuscire ad essere dei bravi differenziatori, riducendo al minimo le "varie ed eventuali".
Qualche indicazione si può trovare qui (e si noti che l'url finisce con la parola "giungla"), qui (ringraziamo per le precisazioni, ma più che l'esatta composizione di ogni tipo di materiale, non sarebbe più utile sapere cosa farne?) e qui; e naturalmente, anche qui.
E pure, la confusione rimane. Perciò, non tanto per differenziarmi ma per riuscire a differenziare, sottoscrivo una petizione che ha ancora troppo pochi firmatari.

mercoledì 18 marzo 2009
Scollinare al Centro
Ieri ho scollinàto:
Scollinàre
- (raro) Valicare colline
- Nel linguaggio giornalistico, superare un valico, detto di corridori ciclisti
- + Passeggiare per le colline.
Niente ciclismo, ho tagliato in due il Paese dall'Adriatico al Tirreno sulla mia potente Space Star 1.3: Urbino-Volterra, da collina a collina. Ho visto paesaggi che avevo dimenticato e, per una volta, "Bella Italia" è detto senza ironia e senza sconforto. Il colore della terra che digrada dal rosso al grigio e poi di nuovo al rosso; il profilo dei cipressi neri, su tanti diversi orizzonti; le curve dolci della Toscana, le linee più aspre di Marche ed Umbria.
Attraversando paesi dai nomi di fiaba (Borgo Pace, San Giustino, Radicondoli, Monteriggioni...) riflettevo tra me su quanto ognuna di queste incantevoli periferie sia Cèntro:
- Punto, area, zona considerata, in modo più o meno convenzionale e approssimativo, come il punto mediano o più interno di qlco
- Polo che attrae o dal quale si irradiano attività, iniziative e sim.
- Nucleo urbanistico autonomo
E' qui che vivo ora, al Cèntro: 1, 2 e 3. Devo ancora abituarmici; vado a scollinàre (3) per chiarirmi le idee.
lunedì 9 marzo 2009
Provincia
La recente esperienza di trasferimento in p. mi aiuta a aggiungere qualche dettaglio.
P. è infatti anche:
- luogo dove gli uffici pubblici sono ancora aperti con l'antico orario lu>sa ore 8>14
- luogo dove la protesta anti-Gelmini è stata tiepida, visto che il tempo pieno nelle scuole non c'è mai stato
- luogo dove, a 4 km dal centro storico di un capoluogo di p., non arriva l'adsl, e l'umts va a singhiozzo
e infine
- luogo dove il treno una volta c'era, ma è stato soppresso (da oltre 20 anni).
lunedì 2 marzo 2009
Storia

Storia
Se uno dovesse riassumere in poche righe gli ultimi quindici anni di storia politica italiana potrebbe dire questo: il più caro amico di uno dei leader che simboleggiò la corruzione della classe politica del paese diventò l'uomo più ricco, l'imprenditore più famoso, il premier più amato, il leader del partito più votato; il segretario dell'ex partito neofascista diventò presidente della camera, terza carica dello stato; uno dei dirigenti dello stesso partito fu eletto sindaco della capitale; l'opposizione fu sciolta in modo democratico e le venne affidato il compito di autodistruggersi; gli ultimi dirigenti di quello che fu il più grande partito comunista dell'Europa occidentale lasciarono spontaneamente la guida a un uomo della Democrazia cristiana, il loro avversario storico; il resto della sinistra si divise così tante volte che alla fine raggiunse proporzioni omeopatiche; a raccoglierne l'eredità fu soprattutto un magistrato; intanto in tutto il paese si diffuse il fenomeno delle ronde. Ma è quello che venne dopo che fa paura. - Giovanni De Mauro
domenica 1 marzo 2009
Abnegazione (traslochi e residenze)
Il mio Zingarelli 2005 è appena uscito da uno scatolone, uno dei 100 contenenti libri che abbiamo traslocato. Un'altra cinquantina di scatole di masserizie, e il gioco è fatto: si arriva nella nuova casa, o sede, e si incomincia ad aprire le scatole. In genere, prima di cominciare ci si è proposti di approfittare dell'occasione per sfoltire, buttare, fare pulizia; spesso non ce n'è stato il tempo, oppure al momento buono non ce la siamo sentita, e abbiamo rimandato la decisione di staccarci da un mazzolino di fiori secchi, da quel vassoio mai usato regalo di un parente lontano, dal maglione ormai logoro a cui siamo affezionati. Apriamo le scatole, e tutti i nodi vengono al pettine.
Dopo alcuni giorni di polvere, tagli sulle mani e autoreferenziale attenzione ai nostri oggetti e ai nostri affetti, sorge un grande desiderio di uscire, di tornare nel mondo, magari di scoprire cosa ci sia fuori dalla nuova casa e di crearci una nuova appartenenza. E così, ligi alla legge e alla burocrazia, andiamo all'anagrafe a chiedere la residènza, "Luogo dove si risiede: cambiare spesso r.; fissare una r. stabile / (bur.) Il luogo dove una persona vive abitualmente, indicato nei registri dell'anagrafe comunale: comune di r.; Enrico ha trasferito la r. da Torino a Bologna. CFR. Domicilio, dimora".
Diligentemente, confrontiamo con domìcilio, "Luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi / Residenza anagrafica / Eleggere d., stabilire con atto scritto un domicilio speciale / D. volontario, d. elettivo, quello scelto liberamente dal soggetto [...]".
O dunque?
Ho chiesto di avere la residènza nell'appartamento dove si trovano i miei mobili, le mie masserizie, dove dormo la notte con tutta la mia famiglia, e dove mi auguro di rimanere per un tempo congruo. Questo appartamento si trova di fronte ad un altro, di nostra proprietà, dove mio marito già risiede, visto che in questa città ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi, da ormai 24 anni. Tutti i suoi affari e interessi, e ora anche la famiglia: ma visto che siamo in quattro, i suoi 40 metri quadri da scapolo non bastano, e ci allarghiamo all'appartamento di fronte. Qualcuno ci vede del male? Del dolo? Della malversazione?
Bene: avremo un accertamento fiscale, perché non potendo presentare all'anagrafe una sentenza di separazione legale (....????) non è ammesso che due coniugi non risiedano allo stesso indirizzo. Separazione? Ma se, dopo anni, stiamo finalmente mettendo su casa insieme! Ma allora, prima cos'eravamo? Conservando residenze diverse abbiamo fatto due figli, e nessuno ci ha mai degnato di una qualsiasi detrazione, chessò, sulle tasse di iscrizione al nido, riduzione che spettava a figli di genitori conviventi ma non co-residenti, e non sposati. Contraddizione inattesa in uno stato cattolico, e pure...
Niente da fare: fino ad ora siamo subdolamente sfuggiti ad ogni legge, vivendo e lavorando prima a sei, poi a sole due ore di distanza, viaggiando a nostre spese senza bonus rimborsi o incentivi, pagando treno, benzina, autostrada, due case, doppie bollette e conti telefonici salatissimi pur di tenere in piedi una famiglia che si potesse dir tale. Ma finalmente, giustizia sarà fatta e avremo quel che ci spetta; probabilmente, non sarà un rimborso spese, né un riconoscimento pubblico per la pazienza, la tenacia e l'abnegazione.
sabato 31 gennaio 2009
Espiazione
Entrambi ripercorrono le vicende della scrittrice Briony Tallis a partire da giorno in cui, appena adolescente, si rende conto della propria vocazione, fino al suo settantasettesimo compleanno.
Il primo movimento del film segue quasi pedissequamente il romanzo, se non perché alcuni personaggi rimangono più abbozzati. L'unica differenza rimarchevole è l'uso, da parte della giovane Tallis, di una rumorosa macchina da scrivere, che rende la creazione un atto meno segreto e intimo di quanto fosse nel romanzo: una trovata efficace dal punto di vista della sceneggiatura, ma -come si vedrà- anche un'anticipazione importante.
Nella seconda parte del film compare qualche variazione, soprattutto di ritmo, a prima vista ancora attribuibile ad esigenze di brevità dovute al mezzo cinematografico: il percorso di Robbie Turner verso il mare appare più rapido, e sono tagliate proprio le scene più drammatiche e spettacolari presenti nel testo letterario, primo tra tutti il bombardamento della colonna di militari e civili in fuga, da parte dell'aviazione tedesca. Inoltre, un'immagine fondamentale del romanzo -il cadavere di un bimbo dilaniato da una bomba, incubo che accompagnerà Robbie fino alla fine- è sostituita e come amplificata da quella di un'intera scolaresca sterminata; ma anche qui la scelta è di mostrare un'immagine pulita, dalla compostezza che la rende niente affatto realistica ma quasi astratta.
La terza parte, in cui Briony Tallis diciottenne studia per divenire infermiera, è ormai lontana dal seguire passo a passo il romanzo. Nonostante le vicende si svolgano quasi per intero in ospedale, e in buona parte alle prese con feriti di guerra, la presenza di sangue è ridotta all'indispensabile, e anche momenti drammatici come la morte del giovane panettiere francese sono resi senza insistenza sui dettagli, ma quasi con intensa liricità. Rimane presente la macchina da scrivere, rumorosa e del tutto improbabile in un dormitorio di ragazze tenute ad osservare in modo ferreo le regole più fantasiose, al solo fine di essere abituate all'obbedienza: così, se nel romanzo la penna è sostituita da un mozzicone di matita, nel film il ticchettio echeggia nella notte, e tiene il ritmo dell'esistenza della giovane scrittrice, che pure si trova là per espiare, appunto, la sua stessa esistenza.
A questo punto del film è emerso chiaramente anche un altro intervento di regia, ed è l'attenzione riservata all'acqua e ai suoi significati simbolici. La polarità tra il bagno di Cecilia nella fntana-fonte battesimale, di ristoro nella giornata di gran caldo, e la sete insopportabile di Robbie, separato da lei da cinque anni di carcere e di guerra, è sottolineata e rafforzata da numerosi dettagli del romanzo ai quali il regista lascia spazio, e alle diverse invenzioni che si concede. Il laghetto e la piscina di Villa Tallis sono mostrate, fin dall'inizio, sotto ogni angolazione, così da poter essere rimpianti per tutto il resto della storia, e Wright insiste sull'episodio parallelo al bagno della sorella, narrato in flashback, di Briony bambina che si tuffa per essere salvata. In Francia, il cammino di Robbie prende avvio lungo un canale, la cui quiete ordinaria dovrà a sua volta essere rimpianta nelle scene a seguire. Briony si lava le mani all'ospedale: nel film, non più per richiesta pressante della caposala, ma per una sua necessità di pulizia e di purificazione. E per acqua viene anche la morte dei due amanti: Robbie per setticemia, prosciugato dalla sete; Cecilia -e questa è invenzione del regista- travolta dall'acqua di una tubatura esplosa, a causa di una bomba. Robbie dunque ucciso dalle privazioni, Cecilia annegata nella sua stessa passione.
E si viene così all'epilogo, breve in entrambi i casi, e risolutivo. Briony Tallis, divenuta scrittrice di successo, compie 77 anni e ha ricevuto da poco la notizia di essere affetta da una malattia degenerativa che la priverà della capacità di parlare, poi di capire, quindi di ricordare. Nelle due versioni compare l'incontro tardivo di Briony con Cecilia e Robbie, sopravvissuti alla guerra e finalmente riuniti; e in entrambe il romanzo non è ancora stato pubblicato. Ma a questo punto, romanzo e film si allontanano irreparabilmente.
Il romanzo di McEwan è anche una riflessione sulla scrittura, e il film deve arrestarsi davanti al gioco di rispecchiamento. E se nel libro la pubblicazione-redenzione non è avvenuta per timore di un'innaffrontabile causa da parte del troppo ricco e troppo potente Paul Marshall o della sua giovanile e aggressiva moglie Lola, nel film tutto è dovuto a un dubbio personale della scrittrice.
Nel film, dalla scena finale scompaiono la villa divenuta resort, la famiglia numerosa, i tanti presenti e i troppi assenti; la telecamera si svela nell'allestimento di un'intervista televisiva, con tanto di interruzione su richiesta della scrittrice, che chiede una pausa per riflettere, per ricordare finché può.
Il romanzo si conclude con una nota di mestizia: "Mi piace pensare che non sia debolezza né desiderio di fuga, ma un ultimo gesto di cortesia, una presa di posizione contro la dimenticanza e l'angoscia, permettere ai miei amanti di sopravvivere e vederli uniti alla fine. Ho regalato loro la felicità, ma non sono stata tanto opportunista da consentire che mi perdonassero, non proprio, non ancora. E se avessi il potere di evocare la loro presenza alla mia festa di compleanno... Robbie e Cecilia, ancora vivi, ancora innamorati, seduti accanto in biblioteca, a sorridere delle Disavventure di Arabella? Non è escluso. Ora basta però, devo dormire." La scrittrice indulge nella propria onnipotenza, è giunta alla fine della vita ma lascia ancora una porta aperta alla creazione letteraria, vanificando così la propria espiazione.
E il film? Si ferma poco prima, al regalo della felicità. Uguale l'onnipotenza, mentre il dubbio, il "Non è escluso" è lasciato agli occhi di Vanessa Redgrave; e per descrivere questo, le parole non sono sufficienti.
sabato 10 gennaio 2009
Digital Divide - baby version
Ci hanno raccontato dell'asilo bilingue, francese e inglese, e dei compagni di classe per metà senegalesi e per metà immigrati canadesi ed europei; dei mobili su misura per la casa, ordinati e acquistati per strada; e delle loro serate in famiglia. Ogni sera alle otto, papà e bimbi si siedono a tavola a Dakar; mamma, alle nove in Italia, fa altrettanto. Accendono il pc, lanciano skype e cenano. A Dakar suona il telefono: "Guardali tu, che vado a rispondere", e la mamma bada che la forchetta non cada, che nessuno si alzi prima di aver finito. A volte è necessario sentire la voce della mamma anche in altri momenti; allora papà chiama, ed ecco che lo schermo si illumina.
Tra poche settimane anche noi traslochiamo: non in Africa, ma più semplicemente a 150 chilometri da Bologna. Saremo tutti insieme, per fortuna; perché se dovessimo contare sulla tecnologia, staremmo freschi! Quello dove andremo fortunatamente non è uno dei troppo numerosi comuni italiani non raggiunti dal servizio ADSL. (Non è facile trovare dati certi e aggiornati). Meno fortunatamente, "Il segnale che arriva alla centrale non giunge però in tutti i borghi, frazioni, etc. del comune; arriva a una certa distanza dalla centrale che non coincide né col confine del comune né col raggio d'azione di una centrale vicina. Per cui quando un comune è coperto non vuol dire che sono coperti tutti gli abitanti" (fonte: Wikipedia).
Lasciamo la città per la provincia, alla ricerca di un'esistenza più tranquilla, di ritmi meno frenetici, di una maggiore disponibilità di tempo per noi e per i bambini. Non intende essere una scelta estrema: dalle finestre di casa si vedranno colline e molto cielo, ma saremo in ogni caso a solo 4 chilometri dal centro storico di un capoluogo di provincia! E pure, la zona non è raggiunta dai servizi ADSL né dalla copertura UMTS, né è inclusa nei progetti anti-digital divide. Dovremo puntare al satellite?
Mia figlia ha salutato il suo amico dicendo: "Ci vediamo sul computer", lui ha risposto: "Si, su skype".
Aggiungo io: "Speriamo..."
giovedì 8 gennaio 2009
Nel bel mezzo di un romanzo
Nell'ultimo numero di Internazionale (#776), Zadie Smith racconta il suo modo di scrivere. Scrivere romanzi, perché questo è il suo mestiere. Si descrive come una "micromanager", dice di cominciare dalla prima riga e di proseguire, avanti e ancora avanti, fino all'ultima, senza sapere prima dove la porterà la storia. Annoto qui che, nel mio piccolo, appartengo piuttosto, senza averlo scelto, alla categoria "macropianificatori", e ho cassetti pieni di appunti per trame, strutture, profili di personaggi. Non potrei scrivere nemmeno una riga, senza avere ben chiaro in mente dove si andrà a finire, e un'idea abbastanza precisa di come ci si arriverà.Dopo aver attraversato le fasi DOP (Disturbo Ossessivo della Prospettiva), Le parole degli altri parte prima, Le parole degli altri parte seconda, ecco che Zadie Smith si trova Nel Bel Mezzo del Romanzo:
Nel bel mezzo di un romanzo, una specie di pensiero magico s'impadronisce di me. Tanto per chiarire, il "bel mezzo" può anche non capitare proprio nel centro geografico del romanzo. Con questa espressione mi riferisco piuttosto alla pagina, qualunque sia, su cui ti trovi quando smetti di far parte del tuo ménage e della tua famiglia, quando non conosci più il tuo partner e i tuoi figli, quando non sai più cosa sia far la spesa e dar da mangiare al cane e leggere la posta. Insomma, quando non c'è più niente al mondo tranne il tuo romanzo, e anche mentre tua moglie t'informa che va a letto con tuo fratello, la sua faccia ti sembra un gigantesco punto e virgola, le sue braccia due parentesi, perché tu sei occupato a chiederti se sia meglio il verbo "frugare" o "rovistare".
Ecco. Io credo che conoscere questo stato d'animo sia una delle ragioni per cui vale la pena vivere.
