domenica 25 dicembre 2011

Assenze


More about Vanità della mentePoi qualcosa che non era sgomento e non era sollievo. Riconoscere chi? Non era lui, non era lì, non era altrove.

Dove vanno, quelli che non ci sono più? Che non percorrono le nostre stesse strade, che non vedono le stesse luci al margine. Davvero sono là, sono quelle ombre che ci sembra di scorgere? O forse quelli che ci sembra di intravvedere sono soltanto gli occhi di quando eravamo ragazzi / che ora tornano per spaventarci. Il corpo morto è un guscio vuoto, chi abbiamo amato non è questa carcassa, non è qui; e pure, non è più nemmeno altrove, non è più. Restiamo noi, con la pelle troppo sottile per sopportare la vita e il ricordo e la tenerezza straziante.
Difficile, scrivere del libro di Gian Mario. Perché la biografia emerge sempre, e gli occhi rossi con lo sguardo rimasto vigile, quasi scanzonato, me li ricordo bene. Perché ogni pagina mi toglie uno strato di pelle, e di carne, e mi sfinisce. Perché la copertina è di Claudio, e anche questo vuol dire.
Lascerò ad altri di misurare quando, e quanto, e come Villalta faccia il verso a Zanzotto, e con che esito. Io, mi tengo la luce dei lampioni accanto agli svincoli, le sere fredde e umide, i campi e la campagna dove dev'essere stato bello crescere, per gli animali soprattutto. E scrivo questa scarna recensione, per me sola; perché

Ora è diverso, tutto più incompiuto.
Quasi quaranta anni e solo adesso
so che possiedo poco della vita, e regalato.
Invece ho pagato quello che non ho avuto
e ho conosciuto con il desiderio
e le parole: non è la parte migliore
di me, però le stanze di una casa vuote
fanno la pioggia più grande, più bianco il sole.

giovedì 8 dicembre 2011

Ridondante

More about Memoriale del convento
Pomposo, ripetitivo, inutilmente prolisso.
L'ho letto sentendomi persa, sempre con l'impressione che -come il manovale che costruisce il convento- non sarei riuscita a vederne la fine.
Molto Saramaghiano. Troppo.

mercoledì 2 novembre 2011

Ferita aperta


sabato 29 ottobre 2011

Coperta

Ha ripiegato la coperta, era solo una donna che ripeteva un gesto antico, aprendo e chiudendo le braccia, tenendo con il mento le pieghe fatte, scendendo poi le mani fino al centro del proprio corpo e facendo lì la piega finale

[José Saramago, Memoriale del convento]

lunedì 3 ottobre 2011

Amore

Perchè vuoi che io rimanga, Perchè è necessario, Non è una ragione che mi convinca, Se non vuoi rimanere, va' via, non ti posso costringere, Non ho forze che mi portino via da qui, mi hai stregato, Non l'ho fatto, non ho detto una parola, non ti ho toccato, Mi hai guardato dentro, Giuro che non ti guarderò mai dentro, Giuri che non lo farai e l'hai già fatto, Non sai di che stai parlando, non ti ho guardato dentro, Se rimango dove dormo, Con me.

[José Saramago, Memoriale del convento]

lunedì 26 settembre 2011

Dublino a colori

Sicuramente verde. Prati anche nel mezzo del traffico e soprattutto nelle Università, sia il Trinity College in pieno centro, tanto più l'UCD e il suo immenso campus. Vestiti: quasi tutti i dublinesi indossano qualcosa del loro colore nazionale, sciarpe berretti felpe maglioni, ma anche cravatte e abiti eleganti e orecchini e cappotti. E poi pareti, tra tutte quelle della National Library, arredi (il salotto nel bagno della N.L., memorabile!), manifesti, oggetti di ogni genere.

Arancione: i capelli. Che non sono davvero rossi, ma soprattutto nei bambini percorrono infinite gradazioni di colori di fiamma. E, naturalmente, la bandiera.

Grigio: il cielo. Sempre.

Azzurro e blu, verde e giallo: le sciarpe dei tifosi diretti alla finale nazionale di football al Croke park, domenica 18. Alla fine ha vinto Dublino, contro il Kerry, e non succedeva da 16 anni: hanno bevuto, tanto, e tutti insieme, e il giorno seguente erano quasi tutti in ferie.

Bordeaux, antracite, blu. I colori delle divise scolastiche, ragazzi tutti uguali e ugualmente annoiati, ragazze obbligate fino a 18 anni a indossare gonnellone tristi e improbabili.

Dublino prima e dopo

Prima di partire, Dublino è il ricordo lontano e sfocato di una città fredda anche in agosto, capitale di un paese povero dove si fa l'autostop perché non ci soldi per prendere il treno, e anche perché a volte non c'è nemmeno il treno. Dublino: scogli grigi di fronte a un mare più grigio, sotto una torre tozza e muta. Cartelli per turisti con biografie di scrittori. Lo svincolo di una superstrada che parte sussiegosa, per ridiventare tratturo appena raggiunta la campagna.

Ora, al ritorno, Dublino è assai più viva. Centro grande, persone determinate e piene di iniziativa, professionali, decise. Strade vivaci, negozi pieni di merci e di gente. Sui marciapiedi, passi veloci di chi sa dove sta andando. Servizi e istituzioni che funzionano, cultura a ogni passo. Dublino oggi: capitale di un paese che ha subito una scossa forte ma non si ferma, mantiene la direzione, e rimane ospitale e curioso e gioviale com'era.

domenica 25 settembre 2011

Dublino - James Joyce

Appunti per l'Ulysses / 1
Appunti per l'Ulysses / 2

Sala di lettura della National Library
Joyce in O'Connel St.
Finn's Hotel
Sweny's Chemist


Porta di 7 Eccles St.

domenica 18 settembre 2011

sabato 10 settembre 2011

Perentòrio

Aggettivo: categorico, indiscutibile, tassativo; improrogabile, inderogabile; che non dà luogo a replica, che non ammette dilazioni, obiezioni, discussione alcuna; che denota autorità, energia, sicurezza e decisione.

"Vieni qui."

domenica 4 settembre 2011

Giros

Mirada y Cabeceo: il galateo del tango



Nella maggior parte delle milongas di Buenos Aires esiste un codice comportamentale da rispettare (mirada e cabeceo), un vero e proprio galateo del tango.

Mirada: la mirada è lo scambio di sguardi tra uomo e donna, con i quali ognuno cerca di far capire all’altro che gli farebbe piacere ballare assieme. Una volta che l’uomo è certo che la mirada sia rivolta a lui, mette in atto il cabeceo.
Cabeceo: piccolo movimento con la testa con il quale l’uomo invita la donna a ballare. Si tratta di un’usanza ancora presente nelle milonghe tradizionali, che permette all’uomo di invitare una dama a distanza, senza quasi farsi notare, dopo essersi assicurato che la donna stesse guardando proprio lui (mirada).

Se mirada e cabeceo sono andati a buon fine, l’uomo si alza e procede nella sala in direzione della donna. La donna, si alza anche lei e si avvicina all’uomo in attesa dell’abbraccio di ballo. Al primo brano della tanda l’uomo cinge la donna e inizia a ballare. E’ usanza a Buenos Aires, tra un brano e l’altro, fare dieci o quindici secondi di conversazione e di convenevoli e poi si riprende a ballare, tutti insieme come per magia. Questo è l’unico vero momento di socialità in milonga, infatti subito dopo la tanda si rientra ai propri posti di “mirada”.
Naturalmente tutto ciò richiede una disposizione particolare nelle milonghe. Cioè gli uomini si siedono da una parte e le donne da una parte della sala (solitamente frontale) in modo da rendere facile la mirada. In tutto questo gioca un ruolo fondamentale la tanda e la cortina. Finita la tanda ( 3 o 4 brani di tango rigorosamente della stessa orchestra e dello stesso periodo musicale), scatta la cortina l’uomo accompagna la ballerina quanto più possibile in prossimità del suo posto a sedere e si riparte per una successiva mirada.
La mirada è veramente “mirata”. Bisogna puntare lo sguardo verso un’unica dama e valutare rapidamente se è interessata, altrimenti si orientano le attenzioni altrove. Tutto questo succede in pochi secondi perché è inutile mirare chi non ha intenzione di dirigere il proprio sguardo verso qualcuno. Si può mirare, e fare cabeceo, anche tra un brano e l’altro della tanda.
A Buenos Aires se un ballerino si siede in coppia c’è un motivo ben preciso che va rispettato, vuol dire che i due hanno scelto di ballare insieme per tutta la serata. Le coppie invece che si recano in milonga per ballare con altri si siedono rispettivamente uomini con uomini e donne con donne. Ed è per questo che nelle milongas esistono tre settori: uomini, donne e coppie. Anche tra ballerini che si conoscono bene, se seduti in modo convenzionalmente separati, va rispettato il codice “mirada y cabeceo”, al massimo è concesso un rapido e frugale saluto prima di raggiungere il posto assegnato e, solitamente, prenotato.


[tratto da: www.neotango.it]

sabato 3 settembre 2011

mono no aware

Consapevolezza della transitorietà dell'esistenza e delle cose, nel godimento della loro bellezza; dolce malinconia del trascorrere del tempo, e di noi stessi.

Fragile


lunedì 29 agosto 2011

Passione

More about Il calore del sangueIrène Némirovsky, Il calore del sangue


"Nell'amore coniugale c'è una potenza sovrumana."
La Némirovsky sembra crederci, sembra voler ribadire una volta di più l'esistenza di quella pace dei sensi che dovrebbe subentrare, a un certo punto della vita, alle passioni che scuotono l'animo e la carne.
Nuovamente delusa, prendo atto. Ma siamo solo a pagina 37, e questa volta molto deve avvenire.

Ho capito, ora, l'entusiasmo suscitato dalla scrittura di Irène Némirovsky. Scrittura fluida, che si infiltra sotto la roccia non scalfibile delle convenzioni, che lentamente scivola lungo i meandri sotterranei dei sentimenti nascosti e poco, poco alla volta li consuma, fino ad estenuarli.
Goccia dopo goccia, le pagine di questo romanzo scavano sotto la superficie dell'idillio rurale, ci accompagnano fino al cuore della passione, al fuoco sepolto giù, in fondo.

Non è Colette la protagonista del Calore del sangue. Non è Silvio, o Sylvestre. E nemmeno la selvaggia e fiera e inquieta Brigitte.
Ma piuttosto la coppia apparentemente indistruttibile e perfetta, Hélène e François, l'Amore Coniugale. Che si sgretola in un momento appena il fiume bollente e sotterraneo riemerge portando con sé ricordi di vita vera.

La pagina citata sempre, da tutti, è sempre la stessa; e nemmeno io mi esimo dal riprenderla:
"In fin dei conti, se il dilemma è: 'Chi conosce la donna autentica, l'amante o il marito? Sono davvero così diverse l'una dall'altra? O sono forse sottilmente mescolate e indistinguibili? O sono plasmate con due sostanze che unite ne generano una terza, non più somigliante ad alcuna delle precedenti?', forse allora né il marito né l'amante conoscono la donna autentica. Eppure, è la donna più semplice che ci sia."

martedì 23 agosto 2011

Distanza (di un bacio)

Ecco: mi piacerebbe descriverla, e non ci riesco. E' probabile che sin dal primo istante io l'abbia guardata troppo da vicino, come sempre avviene con le cose che si desiderano molto: sapreste dire che forma e colore ha il frutto che state addentando? Quando si ama una donna come io ho amato lei, si ha l'impressione di averla vista sin dal primo giorno alla distanza di un bacio.

[Irène Némirovsky, Il calore del sangue]

lunedì 22 agosto 2011

Giappone

More about Il paese delle nevi
Yasunari Kawabata, Il paese delle nevi

A inizio lettura ho creduto che fosse necessario qualche accenno alla cultura giapponese, per cominciare a collocare narrazione, personaggi, atmosfere. Illusa! Come se per avvicinarsi a qualcosa di così lontano, e così diverso, e soprattutto così complesso, potesse bastare qualche pennellata di colore qua e là...
No, niente da fare: per dire la mia sul significato dell'uso dei colori, per azzardarmi a interpretare gli stati d'animo inespressi e quelli che a volte prorompono, per tentare un'interpretazione quale che sia, ho strumenti inadatti, spuntati, rozzi. Mi muoverei come il famoso elefante (...) in cristalleria, farei uno scempio di quanto di delicato e sospeso c'è in questo romanzo - ed è molto.
Candidamente mi aspettavo che alla fine i nodi si sarebbero sciolti, che come in un giallo tascabile il Narratore ci avrebbe rivelato di che natura fosse il legame tra Komako, Yoko e Yukio, se davvero la giovane fosse pazza e perché, o se invece la pazza –per amore?- non fosse piuttosto Komako stessa, e poi che cosa sia realmente questa pretesa pazzia… Invece, niente. Yukio è morto, morta è la maestra di piano, e mai Komako è stata al cimitero a visitarli. E’ grave, questo? E’ ammissibile, nel Giappone del secolo scorso? Morirà Yoko, e qualcuno sembrerà soffrire…
Bianca la neve, bianco il colore del lutto, bianchi i freschi tessuti estivi. Rossi il fuoco, l’acero in autunno, l’orlo del sottokimono di Komako: qualcosa a che fare con il colore nuziale? Chi sa.
La fisicità di Komako poi è così diversa da quella che impariamo a immaginare osservando le immagini di geisha, si tratti di antiche incisioni o moderne fotografie. La si pensa donna immobile, raffinata, dall’estetica impeccabile; invece Komako fuma, beve molto, spesso si aggrappa a un braccio o cade malamente addosso a Shimamura, gli si presenta in camera di notte, ride e piange in maniera sguaiata. Di che si tratta? Umori volubili normali in una ragazza di vent’anni… o forse è altro? Forse è errata l’immagine di geisha costruita fino ad or, ed è più corretta questa? Giovane donna sola, con un traballante progetto di vita; donna a tratti seducente, invitante, ad altri in fuga, capace di atti sensuali come un rapido morso, e di scene isteriche e apparentemente insensate. Cosa va attribuito al suo personaggio, cos’altro semplicemente al ‘tipo’?
E il treno? Quanti treni nella letteratura giapponese.  Treni che partono verso il cielo, treni che deragliano, treni nel silenzio e treni nel chiasso della metropoli, treni che attraversano gallerie e fondali marini, treni antiquati e treni-proiettle… E questo? Il treno che porta Shimamura al Paese delle nevi, e poi inesorabilmente lo riporta al suo Altrove, che treno sarà? A quali altri treni vorrà alludere? Quali treni avrà generato a sua volta?
E il caldo, il freddo. E la presenza e l’assenza del sesso… e gli insetti, questo continuo ronzio di tarme, falene, bachi, un fastidio incessante, una continua agonia… perché?

Basta con le domande. La lettura di questo romanzo ne ha sollevate moltissime, ed è un suo grande merito. Kawabata Yasunari, affascinato dall’Occidente, ci regala un ritratto delicato e profondissimo del suo Paese. Senza aver affrontato la lettura agostana del suo Paese delle nevi, difficilmente saprei ora che esistono gli onsen (dove è preferibile non presentarsi se si è tatuati) e le relative onsen-geisha, con caratteristiche diverse dalle geiko tradizionali. Non saprei cos’è un kotatsu, né che esiste una carpa il cui nome significa rosso-bianco (carpa koi della varietà Kohaku). Non avrei idea di come si indossa un kimono, e che esista anche un sottokimono più facile da lavare, e che si chiami (ma non sempre) juban e che possa essere portato da donne e da uomini, e che nelle donne il suo colore possa indicare lo stato di maiko (se rosso) o di geiko (se bianco); e che il passaggio da uno stato all’altro abbia anch’esso un nome, mizuage… Non saprei nemmeno del rapporto tra Yasunari Kawabata e Mishima Yukio, né del suicidio di entrambi.
Ma da raccogliere frammenti di una cultura, a sbilanciarsi nell’interpretazione di un romanzo breve e complesso come il Paese delle nevi, ce ne passa… perciò mi fermo qui, tanto più che è finita ora anche la Storia di erbe fluttuanti (http://tinyurl.com/3d4mdmg) che scorreva muto in sottofondo, ad arricchire di immagini questo paese di fantasia che rimane tuttora ai miei occhi il Giappone.


Approfondimenti in:

http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3172847
http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3173328
http://www.anobii.com/forum_thread?topicId=3173714

sabato 20 agosto 2011

Nausea

Questa mattina ho letto su Internazionale l'ultimo racconto di Stephen King, Herman Wouk è ancora vivo, nella traduzione di Wu Ming 1.
La nausea mi è rimasta fino a sera.

martedì 16 agosto 2011

Assirtidi

La grande estate ferisce; in quell'orizzonte che si spalanca c'è tutto e anche tutto quello che si è perduto e si continuerà a perdere. E' così facile - anche se davanti a quel mare non si capisce come possa accadere - scordare di essere figli di re e andarsene per il mondo a bussare come mendicanti a porte straniere. [...] ogni estate è unica e irripetibile, una dopo l'altra sfilano come i grani di un rosario, il tempo li arrotonda come sassi sulla spiaggia, fra l'uno e l'altro si apre un infinito.
[...]
Cherso, Crepsa, Crexa, Chersinium, Kres, Cres - nomi latini, illiri, slavi, italiani. La vana ricerca di purezza etnica scende alle radici più antiche, si accapiglia per etimologie e grafie, nella smania di appurare di quale stirpe fosse il piede che per primo ha calcato le spiagge bianche e si è graffiato sui rovi della fitta macchia mediterranea, come se ciò attestasse maggiore autenticità e diritto al possesso di queste acque turchesi e di questi aromi del vento.
La discesa non raggiunge mai un fondo ultimo o primo, non arriva mai all'Origine. A grattare un cognome italianizzato si riscopre lo strato slavo, un Bussani è un Bussanich, ma se si continua viene talora fuori uno strato ancor più antico, un nome venuto dall'altra sponda dell'Adriatico o da altrove; i nomi rimbalzano da una riva e da una grafia all'altra, il terreno sprofonda, le acque della vita sono una palude promiscua e cedevole.
[...]
Cherso e Lussino, con il loro arcipelago, si chiamavano anche Absirtides o Apsirtides, dal nome del fratello di Medea che la maga, per amore di Giasone, aveva attirato in un tranello mortale su queste acque; dal suo corpo gettato a pezzi in mare nacquero le isole.
[...]
La leggenda che fa sfociare il Danubio nell'Adriatico dice il desiderio di sciogliere le scorie di paure, ossessioni, pudori, deliri di difesa - di cui è così greve il continente attraversato dal fiume - nella grande persuasione marina, abbandono disteso, puro presente della vita che basta a se stessa e non si consuma nella corsa verso mete da raggiungere, nell'ansia di fare, ossia di aver già fatto e già vissuto, ma è felicità senza meta e senza assillo, eternità e autosufficienza dell'attimo.
[...]
Se il desiderio di vivere è la causa del male e del dolore, il mare è devastante, perché intensifica la gioia e la sete della vita, è la seduzione del suo infinito ripetersi e rigenerarsi. Nella luce del mare le cose acquistano un'intensità assoluta, troppo intensa per i sensi che la percepiscono, epifania insostenibile.

[Claudio Magris, "Assirtidi" in Microcosmi]

Scrittura commerciale

More about Sbarcare il lunarioPaul Auster, Sbarcare il lunario

Romanzo di formazione?
No. Soltanto, come indica diligentemente il sottotitolo, "Cronaca di un iniziale fallimento".
Può darsi che l'intenzione sia quella di incoraggiare i tanti che si dibattono in fallimenti veri e definitivi; ma questo racconto è di qualche interesse soltanto grazie al lieto fine (leggi: successo planetario) che rimane sottinteso.
E' la prova concreta che "la carriera [di Paul Auster] di scrittore commerciale, di autore di bestseller, non è affatto finita.

sabato 13 agosto 2011

Il mio mare quando sorge la luna



giovedì 11 agosto 2011

Il mio mare - night version


martedì 9 agosto 2011

Tanti auguri a me!

giovedì 4 agosto 2011

Solletico

(Dice Nori che Deleuze ha scritto che Spinoza sostiene che il solletico sia) "Una gioia locale".

martedì 2 agosto 2011

Petrolio, o della Bruttezza. E della Verità.

Fondamentalmente la petroliera era una fabbrica galleggiante, e più che introdurmi a una vita esotica e smargiassa, mi insegnò a vendermi come operaio dell'industria. Adesso ero uno fra milioni, un insetto che sgobbava al fianco di innumerevoli altri insetti, e ogni mansione che eseguivo rientrava nel grande, opprimente sistema del capitalismo americano. Il petrolio era la fonte primaria della ricchezza, la materia grezza che alimentava la macchina del profitto e la teneva in corsa, e io ero soddisfatto di trovarmi dove mi trovavo, ero grato alla sorte di avermi catapultato nel ventre della belva. [...]
La bruttezza era così universale, così profondamente insita nell'accumulo di denaro, e nel potere conferito dal denaro a chi se ne arricchiva - al punto di deturpare il paesaggio, di sconvolgere il mondo naturale - che a denti stretti incominciai  a rispettarla. Vai al fondo delle cose, mi dicevo, e l'aspetto del mondo è questo. Per male che se ne potesse pensare, quella bruttezza era la verità.

[Paul Auster, Sbarcare il lunario]

lunedì 1 agosto 2011

(il mio) Mare





mercoledì 27 luglio 2011

Secernere - Secrezione - Segreto

Secernere: se-cernere, separare da sé. Il contrario di con-fondere.
Funzione fisiologica che lo scrittore eleva ad attività intellettuale. Attività che richiede ego strutturato e solida autostima; o, se vogliamo, faccia tosta e un bel coraggio, per lasciare che i pensieri se ne vadano in giro con le proprie gambe.

I pensieri.Ciò che la mente ha prodotto. Il secretum, ovvero ciò che si è separato da sé e che, messo in parole, non è più confuso, finalmente chiaro.
Ma, paradossalmente, non più segreto.

giovedì 21 luglio 2011

Opera prima

More about Il malintesoIrène Némirovsky, Il malinteso


Ha qualche incertezza, questo romanzo, qualche ripetizione, qualche immagine ridondante - tra tutte, quella delle rughe ai lati della bocca, primo segno di stanchezza, di gioventù che sfiorisce. Paga il prezzo dell'essere un'opera prima, e di essere stato scritto quasi novant'anni fa, in un tempo remoto.

"Denise non nascondeva nulla, e pertanto non aveva mistero"; e "Nella fuga di Yves vedeva soltanto quella volontà maschile che si subisce senza capire, come la volontà di Dio".
E' accaduto troppo da allora, perché riusciamo ancora ad immedesimarci nella piccola Denise, moglie madre amante, e sempre ingenua.

Le pagine però scorrono ariose, curate. Piacerebbe vederne altre, di opere prime come questa.

mercoledì 20 luglio 2011

Precario

Vediamo come apre Wikipedia:


Con il termine precariato si intende l'insieme dei soggetti che vivono una condizione lavorativa che rileva, contemporaneamente, due fattori di insicurezza:
  1. mancanza di continuità del rapporto di lavoro e certezza sul futuro, e
  2. mancanza di un reddito adeguato su cui poter contare per pianificare la propria vita presente e futura.


L'etimologia poi, questa volta non fa che aumentare la tristezza:
lat. precarius da prex, preghiera. Propriamente: ottenuto per preghiera. Che si esercita con permissione, per tolleranza altrui; quindi Che non dura sempre, ma quanto vuole il concedente.

Insomma, siamo nelle mani di dio. Preghiamo, fratelli...

martedì 19 luglio 2011

Alterità

More about L'uomo duplicatoJosé Saramago, L'uomo duplicato

Curioso come, in questo romanzo del 2002, manchino totalmente le tecnologie. Niente cellulari, ma segreterie telefoniche. Non dvd ma vetusti vhs. E soprattutto, niente internet, che avrebbe trasformato buona parte delle ansie e delle attese si sarebbero risolte in poche stringhe digitate in fretta, nella luce azzurra dello schermo. Tertuliano Màximo Afonso pensa, pensa soltanto, che prima o poi comprerà un computer; ma sappiamo bene che non lo farà mai.

E pure, è un romanzo moderno. Lo è nel suo disegnare impietosamente la fragile nostra identità, minacciata da ogni parte dalla sua stessa incertezza. Di cosa siamo fatti, dunque? Cosa ci distingue e ci rende unici? Forse gli oggetti di cui ci circondiamo, i luoghi nei quali ci riconosciamo, le persone? E perché poi dovremmo avere la balzana pretesa di essere unici?

Basta così poco a metterci in crisi. Basta accorgersi che l'Altro ci somiglia più di quanto ci potessimo mai aspettare, e già ce ne sentiamo minacciati. Basta che qualcuno (Tertuliano) si avvicini appena all'altro (Antònio), che questo subito si ritrae, per poi riemergere, armato, da quel se stesso in cui ha cercato rifugio. L'arma è scarica, certo. Ma è solo questione di tempo, e non lo sarà più.

Tertuliano Màximo Afonso osserva la propria immagine facendosi la barba. Si riflette, nudo e grottesco (tiene indosso i calzini!), nel suo doppio. Fantastica di vedere entrambi in uno stesso specchio. E nell'Altro vede mille altri, l'impiegato della reception, il croupier, l'impresario teatrale, e poi il marito, l'amante, l'attore, in un nevrotico dispiegamento di immagini di tutte le vite possibili, che non abbiamo vissuto e non vivremo mai.

Ancora una volta, nel dialogo aperto che Saramago intesse con il suo lettore, è la donna a portare equilibrio. Che sia madre, moglie, amante, rimane fedele alla ragionevolezza delle scelte, alla concretezza dettata dalla vita. Il senso Comune si rifiuta di procedere, non oltrepasserà la porta della nuova casa; ma è grazie alla Donna che Tertuliano ha l'occasione di una seconda possibilità, se non proprio di un riscatto.
"Perdonare non è che una parola, Le parole sono tutto quanto abbiamo".

Con semplicità, Tertuliano terrà al dito la fede che gli ha donato la sua nuova moglie. Riceverà sua madre in casa, al riparo da occhi indiscreti. Imparerà il mestiere di attore. Amerà Helena, conserverà il ricordo di Maria.
Tutto troppo prezioso per metterlo a rischio nuovamente. Quando la sua stessa voce, ancora una volta, gli telefona, non c'è margine per l'esitazione. Questa volta, l'arma sarà carica.

domenica 17 luglio 2011

Parole, ancora e ancora

Le parole sono il diavolo, noi lì a credere di lasciarci uscire dalla bocca solo quelle che ci convengono e, tutt'a un tratto, ce n'è una che si intrufola, non abbiamo visto da che parte sia spuntata, nessuno l'aveva chiamata, e, a causa di quella parola, che non di rado avremo poi difficoltà a ricordare, la rotta della conversazione cambia bruscamente quadrante, ci mettiamo ad affermare ciò che prima negavamo, o viceversa

[José Saramago, L'uomo duplicato]

sabato 16 luglio 2011

Parole

Strano rapporto è quello che abbiamo con le parole. Ne impariamo da piccoli un certo numero, nel corso dell'esistenza ne raccogliamo altre che ci arrivano dall'istruzione, dalla conversazione, dal rapporto con i libri, eppure, a paragone, sono pochissime quelle sui cui significati , accezioni e sensi non avremmo alcun dubbio se un giorno ci domandassero seriamente se ne abbiamo. Così affermiamo e neghiamo, così convinciamo e siamo convinti, così argomentiamo, deduciamo e concludiamo, discorrendo impavidi alla superficie di concetti sui quali non solo abbiamo idee molto vaghe e, malgrado la falsa sicurezza che i genere ostentiamo quando tastiamo il cammino in mezzo alla nebulosità verbale, meglio o peggio continuiamo a capirci, e a volte persino ad incontrarci.

[José Saramago, L'uomo duplicato]

venerdì 15 luglio 2011

Presentimento

E' solo un presentimento, come una porta chiusa dietro a un'altra porta chiusa

[José aramago, L'uomo duplicato]

lunedì 11 luglio 2011

Laicità





Dire 'secondo me' è il fondamento della laicità.

[Carlo Flamigni]

domenica 10 luglio 2011

Prossenético

More about La vita davanti a séRomain Gary, La vita davanti a sé

Delicata, commovente storia d'amore e di umanità tra un bambino mai stato bambino che, come prima o poi capita a tutti, si trova a dover crescere in fretta (quattro anni in un giorno soltanto!); e una donna che non è più tale, ormai mostruoso oggetto senza più nemmeno il ricordo di quello che è stato, abbrutita dalla malattia e dalla vita stessa.
Povertà, droga, prostituzione, bambini abbandonati non riconosciuti non amati: tutto si trasfigura nel punto di vista di Momò, piccolo uomo, sguardo incapace di ipocrisia, voce schietta e crudele nella sua sincerità. E nell'equivoco e movimentato universo di immigrati clandestini, prostitute, travestiti, medici ebrei e francesi con le carte in regola, nulla riesce a intaccare il candore e l'affetto che unisce Momò e Madame Rosa, che spinge lei a mentire e lui a vegliarla oltre ogni ragionevolezza, l'uno per l'altra isole di serenità, di sicurezza, Madre e Figlio come possono esserlo soltanto coloro che si scelgono.
Muore, Madame Rosa. E Momò rimasto solo non sa che aspirare a divenire Prosseneta (o prossineta, come si ostina a dire anche ora che è cresciuto).
PRO XENEIN: per lo straniero. Per l'altro.

Disfacimento

More about Due
Irène Némirovsky, Due

Una tiepida malinconia si alterna alla febbre delle passioni in queste preziose pagine del 1939. La pienezza di vita degli adolescenti, ciascuno diversamente tormentato e inquieto, si appesantisce della nebbia ricorrente, di un'umidità che penetra nelle ossa e prende ad intaccare i corpi. E quando poi splende il sole dell'estate della vita, ecco che subito ha inizio il disfacimento di carni, di anime ancora intatte. Prime rughe che già sono presagio di morte. Ultimi desideri di moribondi che, esausti, non chiedono che un ultimo raggio di luce sul muro; senza ottenerlo.
Scrittura d'altri tempi, quella di Irène Némirovsky; particolarmente datato sembra il 'lieto fine', con l'immagine del matrimonio come porto sicuro nonostante tutto.
Ma la prosa scorre facilmente, si percorre la pagina nell'attesa di scoprire se una qualche felicità sia possibile, e intanto la spossatezza dei personaggi, ancora giovani ma già corrotti dalla vita, dagli ozi, dalla ricerca di un'impossibile quiete, contagia anche il lettore.
Parola dopo parola, l'allegria si spegne, le scelte vengono compiute, i giovani diventano adulti e ancora non sono capaci di governare le proprie esistenze, né mai -probabilmente- lo saranno.


Grazie ai diversi amici lettori che mi hanno incoraggiata a leggere ancora la Némirovsky: ne valeva la pena (e ho già cominciato il prossimo...)

mercoledì 29 giugno 2011

Stanco

More about Il viaggio dell'elefante
José Saramago, Il viaggio dell'elefante

Sarà l'età. Sarà il non avere più voglia. Sarà invece il timore di non avere più un'altra occasione.
Ma questo elefante non aggiunge gran che alla scrittura di Saramago. Si ripete anche qui il piacere, sempre presente, della scrittura guizzante e digressiva, ma l'effetto è un po' manierista. L'autore cita se stesso, certe divagazioni sembrano autoreferenziali.
L'elefante muto rimane sullo sfondo, figura enigmatica di cui non si sa praticamente nulla, se capisca, se pensi, se davvero ricordi. Non agisce, emette soltanto pochi isolati barriti; e ci lascia persi nella nebbia, o nel bianco della neve.
Romanzo di fine, di morte, di non ritorno.
Nota di merito per la bellissima carta riciclata dell'edizione in paperback; di grave demerito per la brossura che non tiene, il volume ti si squaderna tra le mani prima di giungere alla fine.

martedì 28 giugno 2011

Cose della scrittura

Non che fosse questa la nostra intenzione, ma ormai lo sappiamo che, in queste cose della scrittura, non è raro che una parola tiri l'altra solo perché suonano tanto bene insieme, spesso sacrificandosi così il rispetto per la leggerezza, l'etica per l'estetica, ammesso che rientrino in un discorso come questo dei concetti tanto solenni, e per giunta senza profitto per nessuno. E' con queste e con altre che, quasi senza accorgercene, finiamo per farci tanti nemici nella vita.

[José Saramago, Il viaggio dell'elefante]

lunedì 27 giugno 2011

Educazione

Mattina, le otto suppergiù. Autobus pieno di studenti e impiegati.
Sale un uomo con i capelli bianchi, avrà sessantacinque anni, forse settanta.
Si guarda brevemente intorno, quindi afferra un sostegno, e l'autobus riparte.

Sarebbe 'educazione' alzarsi e lasciare il posto, non è così?
Ma d'altra parte, a cosa siamo stati tutti 'educati'? A restare e apparire giovani, perché la vecchiaia non va nominata né pensata, è offensiva, è brutta e va negata con ogni forza.
Lasciare il posto, dunque?
Ad una donna incinta, si. A chi ha una gamba ingessata, certamente! Con un sorriso umano e comprensivo.
Ma a quest'uomo? Come si può cedergli il posto, ovvero dirgli che è un Vecchio? Che non sta bene, e allora diremo Anziano. Come dire a qualcuno che la sua vita è ormai di nessun conto, che non corrisponde più alla moda, né al buon gusto, e che tutto questo è irrimediabile?
Ci sarebbe voluto un bel coraggio ad alzarsi, guardarlo in viso e dire: "Vuole sedersi?"
Lui, probabilmente, ci sarebbe rimasto male.


Ancora una volta, nell'etimologia una possibile salvezza: educare, e-ducere, condurre fuori. Aiutare le buone inclinazioni ad emergere, manifestarsi. Socraticamente, far uscire dall'uomo il meglio che ha, lasciare che prenda forma la Persona che ancora non siamo pienamente. Capace di alzarsi sorridendo e, forse, un giorno, anche di invecchiare serenamente.

martedì 21 giugno 2011

Parole nuove - Giochi di parole

... [parola] che doveva essere già sul punto di bussare alle porte, con quell'aria falsamente distratta che hanno le parole nuove, chiedendo di farle entrare.

- - -

Non sono in grado di seguirti in questi tuoi giochi di parole, Non sono io che gioco con le parole, sono loro che giocano con me.


[José Saramago, Il viaggio dell'elefante]

domenica 12 giugno 2011

Vendetta

More about Il ballo
Irène Némirovsky, Il ballo

Tre personaggi:
- una madre che invecchia male, piena di rimpianti e di malevoli, patetici progetti di tradimento fine a se stesso;
- una figlia che cresce peggio, accidiosa riottosa rancorosa già da ragazzina;
- e il tempo che passa, fatto di anni o minuti che naturalmente giocano a favore della più giovane.
"All’improvviso si sentì ricca di tutto il suo avvenire, di tutte le sue giovani forze intatte": questo, l'una non lo può più pensare, sentire; e l'altra lo sa bene.
Il tentativo di fermare il momento -delicato, doloroso e impercettibile- del passaggio di consegne tra madre e figlia sembra appesantito dall'autobiografia di Irène Némirovsky, che con il racconto di una vendetta crudele si vendica a sua volta, senza peraltro salvare dalla condanna il personaggio che la rappresenta, la piccola Antoniette già tanto perfida da sorridere di soddisfazione nel grembo di sua madre in lacrime.
E' un racconto di lettura molto scorrevole, forse sopravvalutato. Ma per la stima che circonda l'autrice, prossimamente di Irène Némirovsky leggerò anche dell'altro.

sabato 11 giugno 2011

Palpeggiàre

- [...] Durante i tanghi veniva spenta l'illuminazione elettrica e restavano accese soltanto due grandi lampade di alabastro negli angoli, con una luce rossa...
- Oh, non mi piace granché, fa molto dancing.
- Oggi si usa così dappertutto, pare; le signore adorano lasciarsi palpeggiare a ritmo di musica... La cena, naturalmente, servita ai tavolini...

[Irène Némirovsky, Il ballo]

Poi una si chiede perché il tango abbia una cattiva fama....

venerdì 10 giugno 2011

Realismo depressivo

Scrive Graham Lawton -giornalista e divulgatore scientifico- su New Scientist (e io leggo, tradotto, su Internazionale):
"Quando si chiede alle persone di giudicare i loro pregi - competenza, intelligenza, onestà, originalità, affidabilità e molti altri - quasi tutte si collocano sopra la media. E con i difetti succede la stessa cosa: la maggior parte pensa di averne meno della media. [...] E la maggioranza è convinta di essere meno propenso della media ad avere un'alta opinione di sé. [...] Lungi dall'essere patologiche, però, le illusioni positive sono ritenute l'indice di una mente sana. Chi non le ha è più a rischio di depressione, uno stato noto come realismo depressivo."

Sono giorni, e notti, che questa definizione, realismo depressivo, continua ad echeggiare; sembra giunto il momento di ascoltare, approfondire, mettere a fuoco. E, visto il tema scottante e la relativa carenza di fonti, mi addentro per una volta nella e-jungla a scegliere, semplicemente, quelle che mi piacciono, o mi interessano di più.

Nella jungla incontro un tale Chris Putnam:
"This theory puts forward the notion that depressed individuals actually have more realistic perceptions of their own image, importance, and abilities than the average person. While it’s still generally accepted that depressed people can be negatively biased in their interpretation of events and information, depressive realism suggests that they are often merely responding rationally to realities that the average person cheerfully denies. [...] These problems put therapists in the curious position of teaching patients to develop irrational patterns of thinking—patterns that help them view the world as a rosier place than it really is. [...] It’s a disconcerting concept. It’s certainly easier to think of the mentally disordered as lunatics running about with bizarre, inexplicable beliefs than to imagine them coping with a piece of reality that a “normal” person can’t handle."

Ora: a parte che questa nota è scritta davvero bene, per il resto non c'è niente di nuovo; anzi, scopro che le osservazioni di questa notte, così come la nota di Putnam, l'articolo di Lawton e certamente anche dell'altro, derivano da un articolo scientifico del 1988.
Qui, peraltro, non si cerca niente di nuovo. Tutt'al più, si fanno esperimenti di ontogenesi (nella mia modestissima esperienza) della filogenesi delle parole. Prove di etimologia applicata.

Concludo (citando in traduzione inglese, chiedo venia):
“Take the life-lie away from the average man and you take away his life.” [Henrik Ibsen, The Wild Duck]

giovedì 9 giugno 2011

Parole (al di fuori, non c'è niente)

[...] Perché queste sono tutte parole, e solo parole, al di fuori delle parole non c'è niente, Ganesha è una parola, domandò il comandante, Sì, una parola che, come tutte le altre, si potrà spiegare soltanto con altre parole, ma, siccome le parole che hanno tentato di spiegarla, vuoi che siano riuscite a farlo oppure no, a loro volta, devono essere spiegate, il nostro discorso andrà avanti senza una rotta, alternerà, come per maledizione, l'errato con il giusto, senza rendersi conto di ciò che va bene e di ciò che va male [...].

[José Saramago, Il viaggio dell'elefante]

mercoledì 8 giugno 2011

Ancora sul Vangelo di Saramago

Non saprei che altro commento scrivere, migliore di questo.

martedì 31 maggio 2011

Poesia

Che cos'è un atto poetico, domandò il re, Non si sa, mio signore, lo scopriamo solo quando ormai è avvenuto

[José Saramago, Il viaggio dell'elefante]

Pietas

"La pietas è la capacità di vincere lasciando che il nemico... muoia per conto suo".
(Giovanni Floris, sull'onda di un evidente entusiasmo)

domenica 29 maggio 2011

Pirotecnico

More about Lamento di Portnoy
Philip Roth, Lamento di Portnoy


Ecco, diciamo che dopo un centocinquanta pagine, tutto questo affaccendarsi intorno al centro-del-mondo può risultare un po' ripetitivo. Diciamo che dopo aver letto una quindicina dei romanzi di Roth la sorpresa viene a mancare. Diciamo, diciamo, che a certe cose ormai ci si è quasi abituati, e che Roth stesso, altrove, sa essere altrettanto esplicito e dissacrante e pirotecnico, ma molto più avvincente che nel lamentoso monologo di presentazione di Alex Portnoy al suo analista, l'impagabile dottor Spielvogel (en passant: "spielvogel" = "uccello giocattolo"!!) il quale solo a pagina 236, finalmente, si pronuncerà.
Poi, però, ci si ricorda anche che questo romanzo è stato pubblicato nel lontanissimo 1967 (o era il 1969?): prima delle ombre sugli anni Ottanta, prima della libertà sessuale dei Settanta, Roth scrive quando Woody Allen muove appena i primi passi a Hollywood - e bisognerà attendere il 1972 per vederlo nei panni dello spermatozoo frustrato, nell'ultimo episodio di "Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere)". Nello stesso anno, tra l'altro, uscì un film tratto dal Lamento: un totale fallimento, a quanto pare. Ma... a ciascuno la sua arte.
1967: siamo quasi nella preistoria: muore Che Guevara, Kurt Kobain porta ancora il pannolino, e un Philip Roth trentaquattrenne osa intitolare i suoi capitoli "Whacking Off" (Seghe) e "Cunt Crazy" (Figomania), concludendo quest'ultimo con la disperata domanda di Alex di fronte al misteriosissimo piacere femminile: "Com'è? Prima di diventare matto, devo sapere com'è!"
Ci vuole un bel coraggio; anche a non tentare nemmeno di difendersi dicendo che non si tratta di autobiografia. E di che altro, se no? Alex Portnoy ha reso un servizio inestimabile a figli ebrei e cattolici, probabilmente anche ad altri; e alle loro compagne e fidanzate e amiche, che da allora possono contare su un manuale di istruzioni affidabile e chiaro.
D'accordo, Roth può fare di meglio. E d'accordo, forse non è per il coraggio, né per il servizio reso alla società che si merita il Nobel. Ma il Lamento di Portnoy rimane un romanzo imperdibile, ed esilarante, anche a quasi 45 anni dalla pubblicazione.

martedì 24 maggio 2011

Bovarismo [bo-va-rì-smo]

s.m.: Inquietudine esistenziale provocata dal divario tra le condizioni di vita reali e le proprie aspirazioni [Il Sabatini Coletti - Dizionario della lingua italiana]
sm. [dal nome della protagonista del romanzo di Flaubert, Madame Bovary]. Indica la quotidiana insoddisfazione, il sogno dell'impossibile, lo scoramento della creatura umana languente in un mondo assai simile alla prigione, dove la vita si arresta sconfinando nel sogno di una libertà volta alle grandi cose. Il bovarismo è l'espressione di quell'ardente necessità di superare se stessi, forse sorretta dall'intuita, se pur non compresa, desolata realtà del proprio essere che impedisce di realizzarsi diversamente da come si è. L'analisi di questa contraddizione tra l'essere e la fantasia liberatrice ha trovato il suo giudice nel filosofo francese J. Gaultier de Laguionie, che ha ravvisato nel personaggio di Flaubert i sintomi di una vera e propria malattia dello spirito. [Sapere.it]

s.m. LETTER Atteggiamento di chi si ritiene diverso da quello che è, costruendosi un mondo immaginario nel quale proietta desideri e frustazioni che nascono dall'insoddisfazione per la propria condizione reale [Aldo Gabrielli - Grande Dizionario italiano]

In psicologia (dalla protagonista del romanzo Madame Bovary di G. Flaubert), tendenza a costruirsi una personalità fittizia e a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale. [Treccani.it]

Quello al bovarismo (malattia testualmente contagiosa) è inoltre il sesto dei dieci diritti del lettore secondo Daniel Pennac: "E’ questo, a grandi linee, il “bovarismo”, la soddisfazione immediata ed esclusiva delle nostre sensazioni: l’immaginazione che si dilata, i nervi che vibrano, il cuore che si accende, l’adrenalina che sprizza, l’dentificazione che diventa totale e il cervello che prende (momentanemente) le lucciole del quotidiano per le lanterne dell’universo romanzesco… E’ il nostro primo stato di lettori."


E pure, e pure. Forse merita maggiore simpatia e indulgenza quell'Emma Bovary, non così incapace di cambiare ciò che non la soddisfa, coraggiosa e sfrontata quando va alla ricerca di un piacere proibito, negato, irraggiungibile e per questo assolutamente delizioso.
Bovarista non è piuttosto suo marito? Quel dottor Bovary incapace di vedere la realtà, tanto meno di modificarla. Meno reale di Emma, meno drammatico, meno concreto.

E si, allora: Emma, c'est moi. E ben venga la voracità letteraria, ben vengano i sogni ad occhi aperti, lo sguardo lucido di chi vive, e intanto vede scorrere in trasparenza le immagini del romanzo che lo aspetta fedele la sera, sul comodino accanto al letto. Ben venga il desiderio di storie. Ben venga infine la frenesia segreta di chi sorridendo cerca il modo per sottrarsi al chiasso e ritirarsi in un angolo tranquillo. A leggere.


Perché "c'è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene"
  

lunedì 16 maggio 2011

Wanderlust


Wanderlust   s.f. (-voglia f. di camminare, voglia f. di girare (il Sansoni Tedesco)
wanderlust / ˈwɒndəlʌstn. desiderio m. di viaggiare, passione f. per i viaggi. (Oxford English Dict.)

Troppo poco, Wanderlust non è solo questo.

//TO WANDER: VERBO TR. 1) VAGARE, ERRARE, VAGABONDARE; PERCORRERE SENZA META 2) DEVIARE, USCIRE DALLA RETTA VIA; SMARRIRSI (ANCHE FIG.) 3) VANEGGIARE; DELIRARE- **HAZON GARZANTI, DIZIONARIO INGLESE-ITALIANO 

Ecco. Forse questa volta ci avviciniamo di più.
Approfondiamo:
//LUST: SOST. 1) LUSSURIA, SENSUALITÀ, CONCUPISCENZA 2) BRAMA, AVIDITÀ 
**HAZON GARZANTI, DIZIONARIO INGLESE-ITALIANO 

Credo di aver trovato, se non altro, il mio dizionario di inglese.



sabato 14 maggio 2011

Il vangelo secondo Gesù Cristo

More about Il vangelo secondo Gesù Cristo
Il Vangelo di Saramago si apre con un ‘manifesto di stile’: la magistrale e virtuosistica ecfrasi dell'incisione di Dürer e il modo insieme colloquiale ed ostico di approcciare la scrittura sembrano fatti apposta per selezionare i lettori fin dall’inizio. Inoltre, dopo appena un paio di pagine, Saramago ci mette in guardia: qui non troveremo dottrina ma molta, molta umanità. Quanto a forma e contenuto, se pure vogliamo immaginarli scindibili, il lettore è dunque avvertito e sa già quanto basta per immaginare a cosa stia andando incontro:  quattrocento pagine impegnative e dense di dubbi, che lo lasceranno più disorientato di quanto non fosse all’inizio.

Donna
Il romanzo è popolato da uomini spesso patetici e disorientati, persi tra lodi dovute e cavilli dottrinali. Al loro fianco, donne concrete, pragmatiche: sono loro a conoscere realmente cosa sia la vita, e questo non per via di studio, ma per quotidiana necessità. Derise perché inferiori, temute in quanto detentrici di oscuri poteri, quello della parola prima di tutti: "Se la legge non avesse messo a tacere per sempre le donne, saprebbero dirci, poiché hanno inventato quel primo peccato da cui tutti gli altri discendono, quanto ancora non conosciamo". Basterebbe chiedere, insomma, per scoprire che quel peccato non è tale ma è parte della vita, per capire finalmente come l'esistenza possa essere una pratica quotidiana semplice e forse perfino gioiosa.
Ma, anziché dialogare con chi hanno accanto, gli uomini inventano Dio. Lo fanno per proteggersi da quanto non comprendono, e per spiegarselo. Un Dio fragile, destinato a morire con le sue creature perché è nato da loro, creatura a sua volta del loro bisogno e delle loro paure.
Ma la donna rimane, ferma, stabile; e capace di amore – un amore, a sorpresa, che nasce dal corpo, e solo più tardi raggiunge l'anima. "Non sarai nessuno se non amerai te stesso, non giungerai a Dio se non arriverai prima al tuo corpo."
La donna, essere naturale. Donna capace di carezze e brividi, rassicurante, intatta e presente all'Amore nonostante si sia venduta a tanti - regalando loro, immaginiamo con istintiva simpatia per la Maddalena, momenti brevi di serenità e sollievo dal mondo. Donna che insegna un amore tutto terreno, l'unico che ci è dato, e l'uomo finalmente impara: "Ciò che tu insegni non è prigione, ma libertà."
Donna che capisce e conosce: “Come lo sai, tu, Le donne hanno altri modi di pensare, forse perché il nostro corpo è diverso, dev'essere per questo, sì, dev'essere per questo".

Scrittura e Ateismo
Nessun lettore di Saramago è innocente; men che meno lo siamo nel leggere il suo vangelo, di cui conosciamo già bene le vicende. L'autore, lo attendiamo al varco per scoprire come se la caverà, da quale inedito punto di vista ci saprà racconterà quel che già ci sembra di sapere.
Saramago gioca con il lettore parlandogli con voce di narratore onnisciente, nostro contemporaneo e ironico; e quando lascia la parola ai personaggi, non smette di prenderne le distanze, così che il lettore non si possa mai del tutto affidare alla storia, ma sia costretto a rimanere vigile e critico.
In un corto circuito di onnipotenza del narratore, sarà lui stesso e non i fatti, né tanto meno noi, a decidere quali saranno le vicende, e sarà lui a imporci di fingere di non sapere come andrà a finire, dovremo condividerne i dubbi e seguirne il percorso, e in conclusione l'unica verità vera di questo vangelo sarà quella narrata, quella scritta e ormai immutabile: “verrà un giorno in cui si sarà ormai persa ogni memoria dell'accaduto, e allora, visto che gli uomini vogliono per ogni cosa una spiegazione, falsa o vera, si inventeranno storie e leggende, all'inizio ancora con qualche relazione con i fatti, che poi sarà sempre più tenue, fino a quando si trasformerà tutto in pura fabula." La realtà inventata da Saramago sarà dunque ‘vera’, né più né meno di quanto sono state e sono "vere" le narrazioni dei vangeli canonici.
Non stupiscono le accuse di blasfemia alzatesi dalla Chiesa cattolica all'uscita del romanzo: Saramago demolisce ogni possibilità di gerarchia ecclesiastica in nome di una religiosità sincera e diretta tra l'uomo e il proprio bisogno di trascendenza. E altrettanto si spiega l'ammirazione per la potenza narrativa del cantastorie Saramago.
Lungo il romanzo, perfino la fede nella parola, quella minuscola, umana, slitta impercettibilmente nel relativismo: "l'istante è arrivato ed è passato, il tempo ci porta fin dove s'inventa una memoria, era così oppure no, è tutto come noi diciamo che è stato". Non si tratta più, qui, nemmeno di credere o meno nella verità storica della narrazione evangelica; si tratta di capire se i fatti esistano tout-court, o quanto meno se la loro esistenza abbia un peso, visto che esisterà solo ciò che saremo in grado di dire in parole. Fiducia nel verbo, o sfiducia nella realtà?

Bene, Male, Libero Arbitrio
Gesù sceglie di seguire Pastore, rimane con li per quattro anni; ne fa un nuovo padre, e verso di lui è insieme guardingo e fiducioso. Impara la sua legge, che è legge tutta umana fondata sulla ragione: che senso potrà mai avere sacrificare un agnello, tanti agnelli? Per tutto il romanzo, Pastore continua a sembrare migliore di Dio: "mi sono limitato a prendere ciò che Dio non ha voluto, la carne, con la sua gioia e la sua tristezza, la gioventù e la vecchiaia, la freschezza e il marciume, ma non è vero che la paura sia una mia arma, non ricordo di essere stato io a inventare il peccato e il suo castigo, e la paura che li accompagna sempre". Gesù fa una scelta difficile, lo segue e volta le spalle al tempio.
Di fronte all'incontro non mediato con il Dio capriccioso dell'Antico Testamento, tuttavia, non sa rimanere coerente: trasgredisce, sacrifica a Dio e se ne deve andare.
Gesù sarà, sarà, è già l’agnello; e a nulla varrà, in seguito, cambiare opinione.
Saramago sembra brevemente darci speranza: "il destino non è affatto quello che crediamo, noi pensiamo che tutto sa deciso fin da principio, mentre la verità e ben diversa [...] il destino è la cosa più difficile che esista al mondo". Potrebbe esserci dunque una via d’uscita, uno spazio per il libero arbitrio? Un modo per tentare di liberarsi dal patto con cui Gesù, per ambizione, si è incautamente venduto l'anima. Può essere forse l'amore umano e vero e rivoluzionario per la Maddalena, amante e sposa fuori dalla legge, basti a rompere il patto con Dio e rendere Gesù l'Uomo che pareva destinato a divenire.
Ma non è così perché il suo destino Gesù, in un momento scellerato, l’ha scelto e accettato. Il patto di potere non è revocabile e lo condanna a non essere mai Uomo ma solamente imago Dei, con la stessa insoddisfazione di Dio, con la sua stessa ambizione, con la stessa brama. Identico a quel Dio che, in un gioco speculare e contorto, per l'ateo Saramago Dio è a sua volta immagine, Persona (Pessoa) dell'uomo e di tutte le sue miserie, in un circolo di paura che si avvita su se stesso e ci precipita tutti in un viluppo di martirio e di automortificazione.