Capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore.
parole scritte o dette, parole in versi o in prosa, parole per convincere o per ricordare, per confidarsi, redimersi o mentire: questo spazio è dedicato alla lettura, alla scrittura, e alla vita.
sabato 6 febbraio 2021
sabato 17 settembre 2016
Anomia
Secondo Robert K. Merton, e secondo Massimo Messina, scompenso tra scopi esistenziali messi a disposizione dalla cultura sociale e mezzi legittimi per raggiungerli.
giovedì 14 aprile 2016
Assenza
"Gli anni passano, i minuti no. Il tempo della vita vola via e insieme ti dice a ogni istante che proprio quel momento avresti voluto e dovuto passare con chi ami, quello e non un altro, non ce ne sarà un altro uguale, e allora perché non è lì, perché ti lascia nell'angolo la persona che da sola darebbe luce e forza alla tua vita, a cui vorresti affidare intera la tua? Dove altro è, e perché? Perché: questa la domanda a cui nessun libro, nessun luogo, nessun farmaco, nessun mago dà pace."
"La nostalgia è fisica, poi. È proprio impossibile colmare la mancanza di un corpo vivo: quell'odore, quella morbidezza della pelle, quella voce quando ti chiama."
"Bisogna fare pace col destino, qualunque cosa esso sia. La palla che non si inconra col piede, troppo presto troppo tardi, troppo a lungo troppo poco, disincontri, malintesi, io pensavo che tu, e invece tu, com'è possibile che non ppssiamo unire le nostre vite, per quale ragione, non vedi che è scritto, non capisci che non ci sarà mai più una perfezione come questa, che siamo proprio noi, qual è l'ostacolo, non posso credere, non posso arrendermi. Invece sì, invece sì. Bisogna arrendersi, mi dici. Più doloroso di non avere accanto chi si ama c'è solo non sapere dov'è, chi si ama. Non avere neppure il suo corpo da immaginare che cammina altrove."
lunedì 25 agosto 2014
Amare - Prendersi cura
An amazing feeling coming through...
I was born to love you with every single beat of my heart
Yes I was born to take care of you
Every single day of my life
You are the one for me, I am the man for you
You were made for me, you're my ecstasy
If I was given every opportunity, I'd kill for your love
So take a chance with me, let me romance with you
I'm caught in a dream and my dreams come true
Its so hard to believe this is happening to me
An amazing feeling coming through
I was born to love you with every single beat of my heart
Yes I was born to take care of you
Every single day of my life
I wanna love you, I love every little thing about you
I wanna love you love you love you
(Born) to love you (born) to love you yes (Born) I was born to love you
(Born) to love you (born) to love you every single day of my life
I was born to take care of you, every single day of my life
Alright! hey! hey!
Every single day of my life
I was born to love you with every single beat of my heart
Yeah I was born to take care of you honey, every single day of my life
domenica 24 agosto 2014
Amare - Creare
Un moai steso sul fianco sembra guardarmi negli occhi e promettermi che tutto andrà bene… Mi affascinano queste facce enormi, con le labbra serrate, come a volerlo mantenere loro per prime, il segreto che le riguarda. Sono state costruite per augurare buona pesca e buona vita a tutti? Sono tombe? Divinità?
Bill, il proprietario della pensione dove alloggio, mi ha raccontato che nessuno può dirlo. E’ un vecchio austriaco con lo sguardo di chi ne ha viste tante, forse addirittura troppe: e non è un caso che, a un certo punto, abbia deciso di trasferirsi qui dove non c’è niente da imparare, ma solo misteri da accettare. Non è un caso nemmeno che qui ci sia finita io, me ne rendo conto giorno dopo giorno.
«Quante domande vi fate, voi!», mi ha detto oggi Ramana, la ragazza che aiuta in cucina Edith, la moglie di Bill. Con «voi» intendeva noi tutti che non facciamo parte dei duemila abitanti dell’isola. Sembra sinceramente divertita dal nostro bisogno di domande. E su tutte, quella che le pare più assurda è: figli sì o figli no?
«Mia madre ha venticinque fratelli… Io ne ho quattordici. Praticamente siamo tutti parenti, a Rapa Nui», mi ha spiegato Ramana. «Come è possibile non avere figli?»
Si è messa a ridere, mora e un po’ magica. Molto diversa dalle persone che scrutavano Leonardo e me, e senza chiedercelo ce lo chiedevano: perché non fate un figlio? Quelle persone, diresti tu, ci giudicavano. Ramana non giudica: si stupisce, come una bambina. Il suo stupore mi arriva dentro, dove quella domanda, naturalmente, c’è. Raschia.
Perché non abbiamo avuto un figlio, Leonardo e io?
Magari ci saremmo messi in salvo. Ci avrebbe messi in salvo lui.
Chi può dirlo? Tu, naturalmente.
Giò
Nascere per salvare il matrimonio dei propri genitori: pensa con che peso sarebbe venuta al mondo, quella creatura.
Se i moai potessero aprire bocca, forse direbbero che i figli vanno fatti per il bene dei figli: non dei padri e nemmeno delle madri.
L’amore assomiglia a Ramana: si stupisce delle domande e non ne fa.
Non ha un perché. E’ il perché.
E il suo perché è il desiderio di generare qualcosa che ci sopravviva. Un figlio. Fisico, oppure spirituale. Infatti non esiste solo la fecondità del corpo. Anche l’anima può fecondare e venire ingravidata. Anche l’anima, come il corpo, può eccitarsi davanti alla bellezza e provare la pulsione irresistibile di creare qualcosa che le sopravviva.
Nel Simposio, Platone ha rivelato agli esseri umani una verità di quattro parole che contiene tutto quanto è necessario sapere.
Soltanto chi ama crea.
Sì, Giò, hai compreso bene. L’amore è l’energia dell’Universo, ma non a tutti è dato di entrarvi in contatto. Si impossessa soltanto di chi ama. Se invade il suo corpo, porterà alla nascita di una creatura. Se invece gli invade l’anima, genererà qualcos’altro. Genererà delle opere.
Il catalogo di questi figli dello spirito non comprende solo le arti, ma si esprime in una gamma che investe ogni aspetto dell’esistenza. L’Universo saluta con gioia qualsiasi desiderio verso cui l’amante diriga la sua energia. Perciò sentiti libera di amare un progetto, un’alba, una comunità, un ideale. Ma sappi che sarai veramente viva soltanto se amerai qualcosa o qualcuno.
Tu e Leonardo eravate una coppia sterile. Creavate infelicità. Entrambi ammalati di infantilismo, vi mostravate al mondo concentrati su voi stessi e paralizzati dalle responsabilità. E’ preferibile che non faccia figli chi si sente ancora un figlio. Diventa madre dentro di te e ti garantisco che lo diventerai anche all’esterno: di una creatura fisica, come di una qualunque idea che avrai concepito con amore e di cui con amore saprai seguire la crescita.
Mi potresti replicare che gli esseri umani hanno una capacità straordinaria di adattamento e che tante donne immature si sono scoperte adulte proprio in seguito a una gravidanza: se avessero aspettato di essere pronte, non lo sarebbero state mai.
E’ la verità, ma conosci già la mia risposta: ciò che ci accade è sempre giusto e perfetto. Se a te non è successo, significa che la tua esperienza in questa vita doveva essere un’altra. Non avere figli. Averli con qualcuno che non fosse Leonardo. Oppure averli con lui, ma solo se sarete riusciti a diventare una coppia di danzatori immersi nell’armonia della vostra musica e non più due burattini di legno che si pestano i piedi a vicenda.
Filémene
mercoledì 6 marzo 2013
Dignità. Autodeterminazione.
Questo signore nella foto si chiama Marcello.Si chiamava, perché è morto due giorni fa. Io l'ho saputo oggi.
Marcello Verdica.
Marcello Verdica Costantini, dicono i giornali; e io, questo secondo cognome, lo imparo ora.
Il suo nome e la sua foto erano sui giornali di oggi perché Marcello si è suicidato, e non in un modo qualunque: ha commesso un suicidio assistito.
Marcello è una di quelle persone che ci sono da sempre, amico dei miei genitori da che ho memoria. Era a casa sua che passavo tanti sabati pomeriggio, i grandi a giocare a carte, a parlare, chi lo sa; io e mio fratello in giardino con i gatti, o a fare le capriole sulla sedia a dondolo di bambù, oppure se fuori era brutto a osservare la collezione di pietre in salotto, e gli strani quadri in giro per casa, qualche volta perfino ammessi accanto al garage, nel Laboratorio-dove-si-sviluppano-le-foto.
Marcello. Marcello e Sara.
Non bisogna mica pensare, in realtà, a questo signore qui sopra. Quel Marcello là ha sì e no quarant'anni, trentacinque piuttosto; e la barba sì, ma scura. Un giorno, con i miei genitori, decidono di comprare una barca. Una specie di vasca da bagno in vetroresina, con un motorino fuoribordo da quattro cavalli. Ci salgono, tutti e quattro, prendono il largo. Non sono andati molto lontano perché la vasca da bagno, con i quattro giovani adulti scapestrati, è affondata. Non paghi, hanno comperato un gommone, sempre in comproprietà. Motore da venti cavalli, un Ducati.Io non so se le cose siano andate proprio come racconto, è passato tanto tempo, io ero bambina e capivo quel che capivo; ma me le ricordo così. Ricordo per esempio che le cose, loro, i grandi -i grandi che conoscevo io- le facevano sul serio. C'era il gommone, e quindi c'erano la Gommonata e i Gommonauti. Era un mondo di favole.
Sono gli anni Settanta: gli uomini hanno quasi tutti i baffi e le basette, qualche volta i capelli lunghi; le donne i capelli li hanno lunghissimi o cortissimi, e quando vanno al mare dimenticano a casa il reggiseno - e le nonne si indignano e dicono "Quella là....".
Dai ricordi riemergono poi nomi di cose e persone. Lidio e la Pro Loco. Giancarlo e i Liberali, e la macchina da scrivere con i caratteri corsivi. La Dora, Mario, i referendum... L'AIED, qualsiasi cosa sia, quante volte l'ho sentita nominare! "Mamma ma perché loro non hanno bambini? "Perché non ne vogliono". Mistero... Capivo vagamente che l'AIED in qualche modo c'entrava; ma come, chi lo sa.
Il gommone successivo, Marcello e Sara l'hanno comprato da soli. Era grandissimo, e ci hanno fatto il giro d'Italia e hanno pubblicato le foto su un giornale. E' il ricordo di una bambina, magari sono andati "solo" fino a Ancona. Forse però sono arrivati fino in Grecia; e se ci sono arrivati, di sicuro ci si sono trovati bene. E ci sono andati di nuovo. E poi una volta hanno deciso di restare là, e allora niente più gatti nel giardino della casa, niente più casa, niente più quadri né foto, né Marcello, né Sara.
Li ho rivisti tempo dopo, Sara era su una carrozzella, avvolta in sciarpe e piumoni, troppi per una stagione tiepida. Poi, lei non l'ho vista più.
Oggi so che non vedrò più nemmeno Marcello; perché ha fatto un'altra delle sue scelte decise, senza ritorno e senza esitazioni. E ora tutti i ricordi si ricompongono in un disegno sensato.
Marcello era ammalato. Aveva un tumore al cavo orale per il quale era stato operato una volta, forse due. L'operazione successiva l'avrebbe lasciato incapace di bere, di mangiare, di parlare, senza peraltro garantire nulla sulle probabilità di continuare a vivere. La sua prospettiva era questa: un periodo forse breve, forse lungo o magari lunghissimo (minuto, dopo minuto, dopo minuto...) di vita, senza poter vivere. Unica certezza la sofferenza fisica, che già c'era; e certamente anche emotiva. Terapia del dolore, dunque: ma anche quella, lasciava intontiti, assenti, non permetteva di vivere. Quindi, ancora una volta, la scelta di autodeterminarsi.
Forse dovrei chiamarlo così, questo post: Autodeterminazione. Forse lo farò.
Ma andrebbero bene anche Coraggio, Coerenza, Diritti...
Scegliere, e permettere agli altri di scegliere per se stessi: questa è la lezione di Marcello.
Marcello si è rivolto a un'associazione in Svizzera, perché in Italia voler morire è reato. Non si può, non si deve. In Italia il calice, per quanto amaro, va bevuto fino in fondo. E' morto in esilio, Marcello, in compagnia di una persona coraggiosa che l'ha sostenuto, l'ha accompagnato fin là, e ha atteso con lui. Non so se questa persona abbia voglia di essere nominata, perciò non lo faccio. Ma l'associazione si chiama Dignitas, e si trova qui.venerdì 2 novembre 2012
Sacrificio
L'anodo sacrificale è un pezzo di zinco o di alluminio o di un altro metallo meno nobile, con un potenziale inferiore, di quello da proteggere; si applica l'anodo all'esterno dello scafo metallico di un'imbarcazione, o all'elica, per proteggerli dalla corrosione causata dalle correnti che si generano con il movimento dell'acqua e in generale da correnti elettrolitiche.L'anodo sacrificale è destinato a corrodersi in vece dei pezzi più preziosi; una volta consunto, si butta via e va sostituito. Ogni anodo è accompagnato da un data sheet in cui sono riportate le caratteristiche tecniche, dalle quali si può dedurre quale sarà la sua durata in un dato sistema. E' un modo semplice ed economico per proteggere pezzi importanti.
Nessuno chiede all'anodo se è d'accordo.
Credo che a volte funzioni così anche con le persone.
martedì 31 luglio 2012
Amarezza
Mattina, cammino assorta lungo un viale.
La persona davanti a me si ferma, mi aspetta. All'inizio non capisco nemmeno se sia uomo o donna; è una vecchia stralunata. Pazza, facile no?
Mi fissa con gli occhi enormi:
- Che amarezza, signora... anche lei. Ma sono cose che capitano sa. Capitano, mooolto di rado...
Ascolto, dopo un po' sorrido triste.
Sorride anche lei:
- Ciao, ciao........
Nessuno mi era cosí vicino, da giorni.
giovedì 28 giugno 2012
giovedì 2 febbraio 2012
Asciutte
Questa frase io l’avevo pensata; era stata un po’ di me
stesso. Adesso s’era impressa nella carta e faceva blocco contro di me. Non la
riconoscevo più. Non potevo nemmeno ripensarla. Era lì, di fronte a me, invano
avrei ricercato in essa un segno della sua origine: chiunque altro avrebbe
potuto scriverla. Ma io, io, non ero
affatto sicuro di averla scritta. Le lettere adesso non brillavano più, erano
asciutte. Anche questo era scomparso: non restava più niente del loro effimero
splendore.domenica 25 dicembre 2011
Assenze
lunedì 3 ottobre 2011
Amore
martedì 16 agosto 2011
Assirtidi
[...]
Cherso, Crepsa, Crexa, Chersinium, Kres, Cres - nomi latini, illiri, slavi, italiani. La vana ricerca di purezza etnica scende alle radici più antiche, si accapiglia per etimologie e grafie, nella smania di appurare di quale stirpe fosse il piede che per primo ha calcato le spiagge bianche e si è graffiato sui rovi della fitta macchia mediterranea, come se ciò attestasse maggiore autenticità e diritto al possesso di queste acque turchesi e di questi aromi del vento.
La discesa non raggiunge mai un fondo ultimo o primo, non arriva mai all'Origine. A grattare un cognome italianizzato si riscopre lo strato slavo, un Bussani è un Bussanich, ma se si continua viene talora fuori uno strato ancor più antico, un nome venuto dall'altra sponda dell'Adriatico o da altrove; i nomi rimbalzano da una riva e da una grafia all'altra, il terreno sprofonda, le acque della vita sono una palude promiscua e cedevole.
[...]
Cherso e Lussino, con il loro arcipelago, si chiamavano anche Absirtides o Apsirtides, dal nome del fratello di Medea che la maga, per amore di Giasone, aveva attirato in un tranello mortale su queste acque; dal suo corpo gettato a pezzi in mare nacquero le isole.[...]
La leggenda che fa sfociare il Danubio nell'Adriatico dice il desiderio di sciogliere le scorie di paure, ossessioni, pudori, deliri di difesa - di cui è così greve il continente attraversato dal fiume - nella grande persuasione marina, abbandono disteso, puro presente della vita che basta a se stessa e non si consuma nella corsa verso mete da raggiungere, nell'ansia di fare, ossia di aver già fatto e già vissuto, ma è felicità senza meta e senza assillo, eternità e autosufficienza dell'attimo.
[...]
Se il desiderio di vivere è la causa del male e del dolore, il mare è devastante, perché intensifica la gioia e la sete della vita, è la seduzione del suo infinito ripetersi e rigenerarsi. Nella luce del mare le cose acquistano un'intensità assoluta, troppo intensa per i sensi che la percepiscono, epifania insostenibile.
[Claudio Magris, "Assirtidi" in Microcosmi]
martedì 19 luglio 2011
Alterità
Curioso come, in questo romanzo del 2002, manchino totalmente le tecnologie. Niente cellulari, ma segreterie telefoniche. Non dvd ma vetusti vhs. E soprattutto, niente internet, che avrebbe trasformato buona parte delle ansie e delle attese si sarebbero risolte in poche stringhe digitate in fretta, nella luce azzurra dello schermo. Tertuliano Màximo Afonso pensa, pensa soltanto, che prima o poi comprerà un computer; ma sappiamo bene che non lo farà mai.
E pure, è un romanzo moderno. Lo è nel suo disegnare impietosamente la fragile nostra identità, minacciata da ogni parte dalla sua stessa incertezza. Di cosa siamo fatti, dunque? Cosa ci distingue e ci rende unici? Forse gli oggetti di cui ci circondiamo, i luoghi nei quali ci riconosciamo, le persone? E perché poi dovremmo avere la balzana pretesa di essere unici?
Basta così poco a metterci in crisi. Basta accorgersi che l'Altro ci somiglia più di quanto ci potessimo mai aspettare, e già ce ne sentiamo minacciati. Basta che qualcuno (Tertuliano) si avvicini appena all'altro (Antònio), che questo subito si ritrae, per poi riemergere, armato, da quel se stesso in cui ha cercato rifugio. L'arma è scarica, certo. Ma è solo questione di tempo, e non lo sarà più.
Tertuliano Màximo Afonso osserva la propria immagine facendosi la barba. Si riflette, nudo e grottesco (tiene indosso i calzini!), nel suo doppio. Fantastica di vedere entrambi in uno stesso specchio. E nell'Altro vede mille altri, l'impiegato della reception, il croupier, l'impresario teatrale, e poi il marito, l'amante, l'attore, in un nevrotico dispiegamento di immagini di tutte le vite possibili, che non abbiamo vissuto e non vivremo mai.
Ancora una volta, nel dialogo aperto che Saramago intesse con il suo lettore, è la donna a portare equilibrio. Che sia madre, moglie, amante, rimane fedele alla ragionevolezza delle scelte, alla concretezza dettata dalla vita. Il senso Comune si rifiuta di procedere, non oltrepasserà la porta della nuova casa; ma è grazie alla Donna che Tertuliano ha l'occasione di una seconda possibilità, se non proprio di un riscatto.
"Perdonare non è che una parola, Le parole sono tutto quanto abbiamo".
Con semplicità, Tertuliano terrà al dito la fede che gli ha donato la sua nuova moglie. Riceverà sua madre in casa, al riparo da occhi indiscreti. Imparerà il mestiere di attore. Amerà Helena, conserverà il ricordo di Maria.
Tutto troppo prezioso per metterlo a rischio nuovamente. Quando la sua stessa voce, ancora una volta, gli telefona, non c'è margine per l'esitazione. Questa volta, l'arma sarà carica.
martedì 24 agosto 2010
giovedì 22 luglio 2010
Aratura
[S.R.]
lunedì 18 gennaio 2010
Attesa
domenica 1 marzo 2009
Abnegazione (traslochi e residenze)
Il mio Zingarelli 2005 è appena uscito da uno scatolone, uno dei 100 contenenti libri che abbiamo traslocato. Un'altra cinquantina di scatole di masserizie, e il gioco è fatto: si arriva nella nuova casa, o sede, e si incomincia ad aprire le scatole. In genere, prima di cominciare ci si è proposti di approfittare dell'occasione per sfoltire, buttare, fare pulizia; spesso non ce n'è stato il tempo, oppure al momento buono non ce la siamo sentita, e abbiamo rimandato la decisione di staccarci da un mazzolino di fiori secchi, da quel vassoio mai usato regalo di un parente lontano, dal maglione ormai logoro a cui siamo affezionati. Apriamo le scatole, e tutti i nodi vengono al pettine.
Dopo alcuni giorni di polvere, tagli sulle mani e autoreferenziale attenzione ai nostri oggetti e ai nostri affetti, sorge un grande desiderio di uscire, di tornare nel mondo, magari di scoprire cosa ci sia fuori dalla nuova casa e di crearci una nuova appartenenza. E così, ligi alla legge e alla burocrazia, andiamo all'anagrafe a chiedere la residènza, "Luogo dove si risiede: cambiare spesso r.; fissare una r. stabile / (bur.) Il luogo dove una persona vive abitualmente, indicato nei registri dell'anagrafe comunale: comune di r.; Enrico ha trasferito la r. da Torino a Bologna. CFR. Domicilio, dimora".
Diligentemente, confrontiamo con domìcilio, "Luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi / Residenza anagrafica / Eleggere d., stabilire con atto scritto un domicilio speciale / D. volontario, d. elettivo, quello scelto liberamente dal soggetto [...]".
O dunque?
Ho chiesto di avere la residènza nell'appartamento dove si trovano i miei mobili, le mie masserizie, dove dormo la notte con tutta la mia famiglia, e dove mi auguro di rimanere per un tempo congruo. Questo appartamento si trova di fronte ad un altro, di nostra proprietà, dove mio marito già risiede, visto che in questa città ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi, da ormai 24 anni. Tutti i suoi affari e interessi, e ora anche la famiglia: ma visto che siamo in quattro, i suoi 40 metri quadri da scapolo non bastano, e ci allarghiamo all'appartamento di fronte. Qualcuno ci vede del male? Del dolo? Della malversazione?
Bene: avremo un accertamento fiscale, perché non potendo presentare all'anagrafe una sentenza di separazione legale (....????) non è ammesso che due coniugi non risiedano allo stesso indirizzo. Separazione? Ma se, dopo anni, stiamo finalmente mettendo su casa insieme! Ma allora, prima cos'eravamo? Conservando residenze diverse abbiamo fatto due figli, e nessuno ci ha mai degnato di una qualsiasi detrazione, chessò, sulle tasse di iscrizione al nido, riduzione che spettava a figli di genitori conviventi ma non co-residenti, e non sposati. Contraddizione inattesa in uno stato cattolico, e pure...
Niente da fare: fino ad ora siamo subdolamente sfuggiti ad ogni legge, vivendo e lavorando prima a sei, poi a sole due ore di distanza, viaggiando a nostre spese senza bonus rimborsi o incentivi, pagando treno, benzina, autostrada, due case, doppie bollette e conti telefonici salatissimi pur di tenere in piedi una famiglia che si potesse dir tale. Ma finalmente, giustizia sarà fatta e avremo quel che ci spetta; probabilmente, non sarà un rimborso spese, né un riconoscimento pubblico per la pazienza, la tenacia e l'abnegazione.





