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sabato 6 febbraio 2021

Assertività

Capacità di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie emozioni e opinioni senza tuttavia offendere né aggredire l'interlocutore.






sabato 17 settembre 2016

Anomia

Secondo Robert K. Merton, e secondo Massimo Messina, scompenso tra scopi esistenziali messi a disposizione dalla cultura sociale e mezzi legittimi per raggiungerli.

giovedì 14 aprile 2016

Assenza

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera.
pag. 63
"Gli anni passano, i minuti no. Il tempo della vita vola via e insieme ti dice a ogni istante che proprio quel momento avresti voluto e dovuto passare con chi ami, quello e non un altro, non ce ne sarà un altro uguale, e allora perché non è lì, perché ti lascia nell'angolo la persona che da sola darebbe luce e forza alla tua vita, a cui vorresti affidare intera la tua? Dove altro è, e perché? Perché: questa la domanda a cui nessun libro, nessun luogo, nessun farmaco, nessun mago dà pace."
pag. 107
"La nostalgia è fisica, poi. È proprio impossibile colmare la mancanza di un corpo vivo: quell'odore, quella morbidezza della pelle, quella voce quando ti chiama."
pag. 114
"Bisogna fare pace col destino, qualunque cosa esso sia. La palla che non si inconra col piede, troppo presto troppo tardi, troppo a lungo troppo poco, disincontri, malintesi, io pensavo che tu, e invece tu, com'è possibile che non ppssiamo unire le nostre vite, per quale ragione, non vedi che è scritto, non capisci che non ci sarà mai più una perfezione come questa, che siamo proprio noi, qual è l'ostacolo, non posso credere, non posso arrendermi. Invece sì, invece sì. Bisogna arrendersi, mi dici. Più doloroso di non avere accanto chi si ama c'è solo non sapere dov'è, chi si ama. Non avere neppure il suo corpo da immaginare che cammina altrove."

lunedì 25 agosto 2014

Amare - Prendersi cura



An amazing feeling coming through...

I was born to love you with every single beat of my heart
Yes I was born to take care of you
Every single day of my life

You are the one for me, I am the man for you
You were made for me, you're my ecstasy
If I was given every opportunity, I'd kill for your love
So take a chance with me, let me romance with you
I'm caught in a dream and my dreams come true
Its so hard to believe this is happening to me
An amazing feeling coming through

I was born to love you with every single beat of my heart
Yes I was born to take care of you
Every single day of my life

I wanna love you, I love every little thing about you
I wanna love you love you love you
(Born) to love you (born) to love you yes (Born) I was born to love you
(Born) to love you (born) to love you every single day of my life
I was born to take care of you, every single day of my life

Alright! hey! hey!
Every single day of my life

I was born to love you with every single beat of my heart
Yeah I was born to take care of you honey, every single day of my life

domenica 24 agosto 2014

Amare - Creare

Massimo Gramellini, ancora lui.


Caro Filèmone,  
mi trovo a Rapa Nui da qualche giorno e ti scrivo dalle pendici del vulcano di Rano Raraku, dopo una di quelle meravigliose scarpinate spezza-ossessioni che tu tanto sponsorizzi. 
Un moai steso sul fianco sembra guardarmi negli occhi e promettermi che tutto andrà bene… Mi affascinano queste facce enormi, con le labbra serrate, come a volerlo mantenere loro per prime, il segreto che le riguarda. Sono state costruite per augurare buona pesca e buona vita a tutti? Sono tombe? Divinità? 
Bill, il proprietario della pensione dove alloggio, mi ha raccontato che nessuno può dirlo. E’ un vecchio austriaco con lo sguardo di chi ne ha viste tante, forse addirittura troppe: e non è un caso che, a un certo punto, abbia deciso di trasferirsi qui dove non c’è niente da imparare, ma solo misteri da accettare. Non è un caso nemmeno che qui ci sia finita io, me ne rendo conto giorno dopo giorno. 
«Quante domande vi fate, voi!», mi ha detto oggi Ramana, la ragazza che aiuta in cucina Edith, la moglie di Bill. Con «voi» intendeva noi tutti che non facciamo parte dei duemila abitanti dell’isola. Sembra sinceramente divertita dal nostro bisogno di domande. E su tutte, quella che le pare più assurda è: figli sì o figli no? 
«Mia madre ha venticinque fratelli… Io ne ho quattordici. Praticamente siamo tutti parenti, a Rapa Nui», mi ha spiegato Ramana. «Come è possibile non avere figli?»
Si è messa a ridere, mora e un po’ magica. Molto diversa dalle persone che scrutavano Leonardo e me, e senza chiedercelo ce lo chiedevano: perché non fate un figlio? Quelle persone, diresti tu, ci giudicavano. Ramana non giudica: si stupisce, come una bambina. Il suo stupore mi arriva dentro, dove quella domanda, naturalmente, c’è. Raschia. 
Perché non abbiamo avuto un figlio, Leonardo e io? 
Magari ci saremmo messi in salvo. Ci avrebbe messi in salvo lui. 
Chi può dirlo? Tu, naturalmente. 
Giò 


Nascere per salvare il matrimonio dei propri genitori: pensa con che peso sarebbe venuta al mondo, quella creatura. 
Se i moai potessero aprire bocca, forse direbbero che i figli vanno fatti per il bene dei figli: non dei padri e nemmeno delle madri. 
L’amore assomiglia a Ramana: si stupisce delle domande e non ne fa. 
Non ha un perché. E’ il perché. 
E il suo perché è il desiderio di generare qualcosa che ci sopravviva. Un figlio. Fisico, oppure spirituale. Infatti non esiste solo la fecondità del corpo. Anche l’anima può fecondare e venire ingravidata. Anche l’anima, come il corpo, può eccitarsi davanti alla bellezza e provare la pulsione irresistibile di creare qualcosa che le sopravviva.
Nel Simposio, Platone ha rivelato agli esseri umani una verità di quattro parole che contiene tutto quanto è necessario sapere. 
Soltanto chi ama crea. 
Sì, Giò, hai compreso bene. L’amore è l’energia dell’Universo, ma non a tutti è dato di entrarvi in contatto. Si impossessa soltanto di chi ama. Se invade il suo corpo, porterà alla nascita di una creatura. Se invece gli invade l’anima, genererà qualcos’altro. Genererà delle opere. 
Il catalogo di questi figli dello spirito non comprende solo le arti, ma si esprime in una gamma che investe ogni aspetto dell’esistenza. L’Universo saluta con gioia qualsiasi desiderio verso cui l’amante diriga la sua energia. Perciò sentiti libera di amare un progetto, un’alba, una comunità, un ideale. Ma sappi che sarai veramente viva soltanto se amerai qualcosa o qualcuno.
Tu e Leonardo eravate una coppia sterile. Creavate infelicità. Entrambi ammalati di infantilismo, vi mostravate al mondo concentrati su voi stessi e paralizzati dalle responsabilità. E’ preferibile che non faccia figli chi si sente ancora un figlio. Diventa madre dentro di te e ti garantisco che lo diventerai anche all’esterno: di una creatura fisica, come di una qualunque idea che avrai concepito con amore e di cui con amore saprai seguire la crescita.
Mi potresti replicare che gli esseri umani hanno una capacità straordinaria di adattamento e che tante donne immature si sono scoperte adulte proprio in seguito a una gravidanza: se avessero aspettato di essere pronte, non lo sarebbero state mai.
E’ la verità, ma conosci già la mia risposta: ciò che ci accade è sempre giusto e perfetto. Se a te non è successo, significa che la tua esperienza in questa vita doveva essere un’altra. Non avere figli. Averli con qualcuno che non fosse Leonardo. Oppure averli con lui, ma solo se sarete riusciti a diventare una coppia di danzatori immersi nell’armonia della vostra musica e non più due burattini di legno che si pestano i piedi a vicenda. 
Filémene

mercoledì 6 marzo 2013

Dignità. Autodeterminazione.

Questo signore nella foto si chiama Marcello.
Si chiamava, perché è morto due giorni fa. Io l'ho saputo oggi.
Marcello Verdica.
Marcello Verdica Costantini, dicono i giornali; e io, questo secondo cognome, lo imparo ora.
Il suo nome e la sua foto erano sui giornali di oggi perché Marcello si è suicidato, e non in un modo qualunque: ha commesso un suicidio assistito.

Marcello è una di quelle persone che ci sono da sempre, amico dei miei genitori da che ho memoria. Era a casa sua che passavo tanti sabati pomeriggio, i grandi a giocare a carte, a parlare, chi lo sa; io e mio fratello in giardino con i gatti, o a fare le capriole sulla sedia a dondolo di bambù, oppure se fuori era brutto a osservare la collezione di pietre in salotto, e gli strani quadri in giro per casa, qualche volta perfino ammessi accanto al garage, nel Laboratorio-dove-si-sviluppano-le-foto.
Marcello. Marcello e Sara.

Non bisogna mica pensare, in realtà, a questo signore qui sopra. Quel Marcello là ha sì e no quarant'anni, trentacinque piuttosto; e la barba sì, ma scura. Un giorno, con i miei genitori, decidono di comprare una barca. Una specie di vasca da bagno in vetroresina, con un motorino fuoribordo da quattro cavalli. Ci salgono, tutti e quattro, prendono il largo. Non sono andati molto lontano perché la vasca da bagno, con i quattro giovani adulti scapestrati, è affondata. Non paghi, hanno comperato un gommone, sempre in comproprietà. Motore da venti cavalli, un Ducati.
Io non so se le cose siano andate proprio come racconto, è passato tanto tempo, io ero bambina e capivo quel che capivo; ma me le ricordo così. Ricordo per esempio che le cose, loro, i grandi -i grandi che conoscevo io- le facevano sul serio. C'era il gommone, e quindi c'erano la Gommonata e i Gommonauti. Era un mondo di favole.

Sono gli anni Settanta: gli uomini hanno quasi tutti i baffi e le basette, qualche volta i capelli lunghi; le donne i capelli li hanno lunghissimi o cortissimi, e quando vanno al mare dimenticano a casa il reggiseno - e le nonne si indignano e dicono "Quella là....".

Dai ricordi riemergono poi nomi di cose e persone. Lidio e la Pro Loco. Giancarlo e i Liberali, e la macchina da scrivere con i caratteri corsivi. La Dora, Mario, i referendum... L'AIED, qualsiasi cosa sia, quante volte l'ho sentita nominare! "Mamma ma perché loro non hanno bambini? "Perché non ne vogliono". Mistero... Capivo vagamente che l'AIED in qualche modo c'entrava; ma come, chi lo sa.

Il gommone successivo, Marcello e Sara l'hanno comprato da soli. Era grandissimo, e ci hanno fatto il giro d'Italia e hanno pubblicato le foto su un giornale. E' il ricordo di una bambina, magari sono andati "solo" fino a Ancona. Forse però sono arrivati fino in Grecia; e se ci sono arrivati, di sicuro ci si sono trovati bene. E ci sono andati di nuovo. E poi una volta hanno deciso di restare là, e allora niente più gatti nel giardino della casa, niente più casa, niente più quadri né foto, né Marcello, né Sara.
Li ho rivisti tempo dopo, Sara era su una carrozzella, avvolta in sciarpe e piumoni, troppi per una stagione tiepida. Poi, lei non l'ho vista più.


Oggi so che non vedrò più nemmeno Marcello; perché ha fatto un'altra delle sue scelte decise, senza ritorno e senza esitazioni. E ora tutti i ricordi si ricompongono in un disegno sensato.

Marcello era ammalato. Aveva un tumore al cavo orale per il quale era stato operato una volta, forse due. L'operazione successiva l'avrebbe lasciato incapace di bere, di mangiare, di parlare, senza peraltro garantire nulla sulle probabilità di continuare a vivere. La sua prospettiva era questa: un periodo forse breve, forse lungo o magari lunghissimo (minuto, dopo minuto, dopo minuto...) di vita, senza poter vivere. Unica certezza la sofferenza fisica, che già c'era; e certamente anche emotiva. Terapia del dolore, dunque: ma anche quella, lasciava intontiti, assenti, non permetteva di vivere. Quindi, ancora una volta, la scelta di autodeterminarsi.


Forse dovrei chiamarlo così, questo post: Autodeterminazione. Forse lo farò.
Ma andrebbero bene anche Coraggio, Coerenza, Diritti...
Scegliere, e permettere agli altri di scegliere per se stessi: questa è la lezione di Marcello.



Marcello si è rivolto a un'associazione in Svizzera, perché in Italia voler morire è reato. Non si può, non si deve. In Italia il calice, per quanto amaro, va bevuto fino in fondo. E' morto in esilio, Marcello, in compagnia di una persona coraggiosa che l'ha sostenuto, l'ha accompagnato fin là, e ha atteso con lui. Non so se questa persona abbia voglia di essere nominata, perciò non lo faccio. Ma l'associazione si chiama Dignitas, e si trova qui.



venerdì 2 novembre 2012

Sacrificio

L'anodo sacrificale è un pezzo di zinco o di alluminio o di un altro metallo meno nobile, con un potenziale inferiore, di quello da proteggere; si applica l'anodo all'esterno dello scafo metallico di un'imbarcazione, o all'elica, per proteggerli dalla corrosione causata dalle correnti che si generano con il movimento dell'acqua e in generale da correnti elettrolitiche.
L'anodo sacrificale è destinato a corrodersi in vece dei pezzi più preziosi; una volta consunto, si butta via e va sostituito. Ogni anodo è accompagnato da un data sheet in cui sono riportate le caratteristiche tecniche, dalle quali si può dedurre quale sarà la sua durata in un dato sistema. E' un modo semplice ed economico per proteggere pezzi importanti.

Nessuno chiede all'anodo se è d'accordo.

Credo che a volte funzioni così anche con le persone.

martedì 31 luglio 2012

Amarezza

Mattina, cammino assorta lungo un viale.
La persona davanti a me si ferma, mi aspetta. All'inizio non capisco nemmeno se sia uomo o donna; è una vecchia stralunata. Pazza, facile no?
Mi fissa con gli occhi enormi:
- Che amarezza, signora... anche lei. Ma sono cose che capitano sa. Capitano, mooolto di rado...
Ascolto, dopo un po' sorrido triste.
Sorride anche lei:
- Ciao, ciao........

Nessuno mi era cosí vicino, da giorni.

giovedì 28 giugno 2012

Attraversare

giovedì 2 febbraio 2012

Asciutte

Questa frase io l’avevo pensata; era stata un po’ di me stesso. Adesso s’era impressa nella carta e faceva blocco contro di me. Non la riconoscevo più. Non potevo nemmeno ripensarla. Era lì, di fronte a me, invano avrei ricercato in essa un segno della sua origine: chiunque altro avrebbe potuto scriverla. Ma io, io, non ero affatto sicuro di averla scritta. Le lettere adesso non brillavano più, erano asciutte. Anche questo era scomparso: non restava più niente del loro effimero splendore.
[Jean-Paul Sartre, La Nausea]

domenica 25 dicembre 2011

Assenze


More about Vanità della mentePoi qualcosa che non era sgomento e non era sollievo. Riconoscere chi? Non era lui, non era lì, non era altrove.

Dove vanno, quelli che non ci sono più? Che non percorrono le nostre stesse strade, che non vedono le stesse luci al margine. Davvero sono là, sono quelle ombre che ci sembra di scorgere? O forse quelli che ci sembra di intravvedere sono soltanto gli occhi di quando eravamo ragazzi / che ora tornano per spaventarci. Il corpo morto è un guscio vuoto, chi abbiamo amato non è questa carcassa, non è qui; e pure, non è più nemmeno altrove, non è più. Restiamo noi, con la pelle troppo sottile per sopportare la vita e il ricordo e la tenerezza straziante.
Difficile, scrivere del libro di Gian Mario. Perché la biografia emerge sempre, e gli occhi rossi con lo sguardo rimasto vigile, quasi scanzonato, me li ricordo bene. Perché ogni pagina mi toglie uno strato di pelle, e di carne, e mi sfinisce. Perché la copertina è di Claudio, e anche questo vuol dire.
Lascerò ad altri di misurare quando, e quanto, e come Villalta faccia il verso a Zanzotto, e con che esito. Io, mi tengo la luce dei lampioni accanto agli svincoli, le sere fredde e umide, i campi e la campagna dove dev'essere stato bello crescere, per gli animali soprattutto. E scrivo questa scarna recensione, per me sola; perché

Ora è diverso, tutto più incompiuto.
Quasi quaranta anni e solo adesso
so che possiedo poco della vita, e regalato.
Invece ho pagato quello che non ho avuto
e ho conosciuto con il desiderio
e le parole: non è la parte migliore
di me, però le stanze di una casa vuote
fanno la pioggia più grande, più bianco il sole.

lunedì 3 ottobre 2011

Amore

Perchè vuoi che io rimanga, Perchè è necessario, Non è una ragione che mi convinca, Se non vuoi rimanere, va' via, non ti posso costringere, Non ho forze che mi portino via da qui, mi hai stregato, Non l'ho fatto, non ho detto una parola, non ti ho toccato, Mi hai guardato dentro, Giuro che non ti guarderò mai dentro, Giuri che non lo farai e l'hai già fatto, Non sai di che stai parlando, non ti ho guardato dentro, Se rimango dove dormo, Con me.

[José Saramago, Memoriale del convento]

martedì 16 agosto 2011

Assirtidi

La grande estate ferisce; in quell'orizzonte che si spalanca c'è tutto e anche tutto quello che si è perduto e si continuerà a perdere. E' così facile - anche se davanti a quel mare non si capisce come possa accadere - scordare di essere figli di re e andarsene per il mondo a bussare come mendicanti a porte straniere. [...] ogni estate è unica e irripetibile, una dopo l'altra sfilano come i grani di un rosario, il tempo li arrotonda come sassi sulla spiaggia, fra l'uno e l'altro si apre un infinito.
[...]
Cherso, Crepsa, Crexa, Chersinium, Kres, Cres - nomi latini, illiri, slavi, italiani. La vana ricerca di purezza etnica scende alle radici più antiche, si accapiglia per etimologie e grafie, nella smania di appurare di quale stirpe fosse il piede che per primo ha calcato le spiagge bianche e si è graffiato sui rovi della fitta macchia mediterranea, come se ciò attestasse maggiore autenticità e diritto al possesso di queste acque turchesi e di questi aromi del vento.
La discesa non raggiunge mai un fondo ultimo o primo, non arriva mai all'Origine. A grattare un cognome italianizzato si riscopre lo strato slavo, un Bussani è un Bussanich, ma se si continua viene talora fuori uno strato ancor più antico, un nome venuto dall'altra sponda dell'Adriatico o da altrove; i nomi rimbalzano da una riva e da una grafia all'altra, il terreno sprofonda, le acque della vita sono una palude promiscua e cedevole.
[...]
Cherso e Lussino, con il loro arcipelago, si chiamavano anche Absirtides o Apsirtides, dal nome del fratello di Medea che la maga, per amore di Giasone, aveva attirato in un tranello mortale su queste acque; dal suo corpo gettato a pezzi in mare nacquero le isole.
[...]
La leggenda che fa sfociare il Danubio nell'Adriatico dice il desiderio di sciogliere le scorie di paure, ossessioni, pudori, deliri di difesa - di cui è così greve il continente attraversato dal fiume - nella grande persuasione marina, abbandono disteso, puro presente della vita che basta a se stessa e non si consuma nella corsa verso mete da raggiungere, nell'ansia di fare, ossia di aver già fatto e già vissuto, ma è felicità senza meta e senza assillo, eternità e autosufficienza dell'attimo.
[...]
Se il desiderio di vivere è la causa del male e del dolore, il mare è devastante, perché intensifica la gioia e la sete della vita, è la seduzione del suo infinito ripetersi e rigenerarsi. Nella luce del mare le cose acquistano un'intensità assoluta, troppo intensa per i sensi che la percepiscono, epifania insostenibile.

[Claudio Magris, "Assirtidi" in Microcosmi]

martedì 19 luglio 2011

Alterità

More about L'uomo duplicatoJosé Saramago, L'uomo duplicato

Curioso come, in questo romanzo del 2002, manchino totalmente le tecnologie. Niente cellulari, ma segreterie telefoniche. Non dvd ma vetusti vhs. E soprattutto, niente internet, che avrebbe trasformato buona parte delle ansie e delle attese si sarebbero risolte in poche stringhe digitate in fretta, nella luce azzurra dello schermo. Tertuliano Màximo Afonso pensa, pensa soltanto, che prima o poi comprerà un computer; ma sappiamo bene che non lo farà mai.

E pure, è un romanzo moderno. Lo è nel suo disegnare impietosamente la fragile nostra identità, minacciata da ogni parte dalla sua stessa incertezza. Di cosa siamo fatti, dunque? Cosa ci distingue e ci rende unici? Forse gli oggetti di cui ci circondiamo, i luoghi nei quali ci riconosciamo, le persone? E perché poi dovremmo avere la balzana pretesa di essere unici?

Basta così poco a metterci in crisi. Basta accorgersi che l'Altro ci somiglia più di quanto ci potessimo mai aspettare, e già ce ne sentiamo minacciati. Basta che qualcuno (Tertuliano) si avvicini appena all'altro (Antònio), che questo subito si ritrae, per poi riemergere, armato, da quel se stesso in cui ha cercato rifugio. L'arma è scarica, certo. Ma è solo questione di tempo, e non lo sarà più.

Tertuliano Màximo Afonso osserva la propria immagine facendosi la barba. Si riflette, nudo e grottesco (tiene indosso i calzini!), nel suo doppio. Fantastica di vedere entrambi in uno stesso specchio. E nell'Altro vede mille altri, l'impiegato della reception, il croupier, l'impresario teatrale, e poi il marito, l'amante, l'attore, in un nevrotico dispiegamento di immagini di tutte le vite possibili, che non abbiamo vissuto e non vivremo mai.

Ancora una volta, nel dialogo aperto che Saramago intesse con il suo lettore, è la donna a portare equilibrio. Che sia madre, moglie, amante, rimane fedele alla ragionevolezza delle scelte, alla concretezza dettata dalla vita. Il senso Comune si rifiuta di procedere, non oltrepasserà la porta della nuova casa; ma è grazie alla Donna che Tertuliano ha l'occasione di una seconda possibilità, se non proprio di un riscatto.
"Perdonare non è che una parola, Le parole sono tutto quanto abbiamo".

Con semplicità, Tertuliano terrà al dito la fede che gli ha donato la sua nuova moglie. Riceverà sua madre in casa, al riparo da occhi indiscreti. Imparerà il mestiere di attore. Amerà Helena, conserverà il ricordo di Maria.
Tutto troppo prezioso per metterlo a rischio nuovamente. Quando la sua stessa voce, ancora una volta, gli telefona, non c'è margine per l'esitazione. Questa volta, l'arma sarà carica.

martedì 24 agosto 2010

Angoli



Nell’universo c’è un unico angolo che potete essere certi di migliorare e quell’angolo siete voi.

[Aldous Huxley]

giovedì 22 luglio 2010

Aratura

Pure, l’andare a capo – una forma minima di versificazione – conserva una sua ragione, che consiste nella simulazione di un’aratura della pagina secondo il ritmo temporale delle giornate. La poesia come espressione di un’antica sapienza rurale si contrappone al tempo lineare, prosastico, del profitto capitalista.
[S.R.]

lunedì 18 gennaio 2010

Attesa

Una mattina normale: ho bevuto il caffè, preparato lo yogurt con lo zucchero di canna e un biberon di latte, mi sono lavata, vestita, truccata, pettinata, ho vestito i bambini-preparato la merenda-chiuso la cartella, sbrinato il parabrezza, allacciato le cinture, percorsolastrada parcheggiatolamacchina accompagnatoibimbiascuola; ero sveglia da un'ora e venti e mi sentivo leggermente in colpa.


Poi capita che quando si balla, o quando semplicemente un uomo ti guarda, la cosa migliore da fare, l'unica giusta, sia non fare nulla, stare ferma, e aspettare.
E capita di non esserne capaci, e intuire che è un peccato.

domenica 1 marzo 2009

Abnegazione (traslochi e residenze)

La parola proposta oggi dal dizionario Zanichelli è abnegazione; ma non mi ci riconosco, e preferisco divagare sul tema del traslòco, "Complesso di operazioni relative al trasporto di mobili, masserizie, e sim. e alla loro sistemazione in una nuova casa o in un'altra sede: è stato un t. faticoso".

Il mio Zingarelli 2005 è appena uscito da uno scatolone, uno dei 100 contenenti libri che abbiamo traslocato. Un'altra cinquantina di scatole di masserizie, e il gioco è fatto: si arriva nella nuova casa, o sede, e si incomincia ad aprire le scatole. In genere, prima di cominciare ci si è proposti di approfittare dell'occasione per sfoltire, buttare, fare pulizia; spesso non ce n'è stato il tempo, oppure al momento buono non ce la siamo sentita, e abbiamo rimandato la decisione di staccarci da un mazzolino di fiori secchi, da quel vassoio mai usato regalo di un parente lontano, dal maglione ormai logoro a cui siamo affezionati. Apriamo le scatole, e tutti i nodi vengono al pettine.

Dopo alcuni giorni di polvere, tagli sulle mani e autoreferenziale attenzione ai nostri oggetti e ai nostri affetti, sorge un grande desiderio di uscire, di tornare nel mondo, magari di scoprire cosa ci sia fuori dalla nuova casa e di crearci una nuova appartenenza. E così, ligi alla legge e alla burocrazia, andiamo all'anagrafe a chiedere la residènza, "Luogo dove si risiede: cambiare spesso r.; fissare una r. stabile / (bur.) Il luogo dove una persona vive abitualmente, indicato nei registri dell'anagrafe comunale: comune di r.; Enrico ha trasferito la r. da Torino a Bologna. CFR. Domicilio, dimora".
Diligentemente, confrontiamo con domìcilio, "Luogo in cui una persona ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi / Residenza anagrafica / Eleggere d., stabilire con atto scritto un domicilio speciale / D. volontario, d. elettivo, quello scelto liberamente dal soggetto [...]".

O dunque?

Ho chiesto di avere la residènza nell'appartamento dove si trovano i miei mobili, le mie masserizie, dove dormo la notte con tutta la mia famiglia, e dove mi auguro di rimanere per un tempo congruo. Questo appartamento si trova di fronte ad un altro, di nostra proprietà, dove mio marito già risiede, visto che in questa città ha stabilito la sede principale dei propri affari e interessi, da ormai 24 anni. Tutti i suoi affari e interessi, e ora anche la famiglia: ma visto che siamo in quattro, i suoi 40 metri quadri da scapolo non bastano, e ci allarghiamo all'appartamento di fronte. Qualcuno ci vede del male? Del dolo? Della malversazione?

Bene: avremo un accertamento fiscale, perché non potendo presentare all'anagrafe una sentenza di separazione legale (....????) non è ammesso che due coniugi non risiedano allo stesso indirizzo. Separazione? Ma se, dopo anni, stiamo finalmente mettendo su casa insieme! Ma allora, prima cos'eravamo? Conservando residenze diverse abbiamo fatto due figli, e nessuno ci ha mai degnato di una qualsiasi detrazione, chessò, sulle tasse di iscrizione al nido, riduzione che spettava a figli di genitori conviventi ma non co-residenti, e non sposati. Contraddizione inattesa in uno stato cattolico, e pure...
Niente da fare: fino ad ora siamo subdolamente sfuggiti ad ogni legge, vivendo e lavorando prima a sei, poi a sole due ore di distanza, viaggiando a nostre spese senza bonus rimborsi o incentivi, pagando treno, benzina, autostrada, due case, doppie bollette e conti telefonici salatissimi pur di tenere in piedi una famiglia che si potesse dir tale. Ma finalmente, giustizia sarà fatta e avremo quel che ci spetta; probabilmente, non sarà un rimborso spese, né un riconoscimento pubblico per la pazienza, la tenacia e l'abnegazione.