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martedì 14 giugno 2016

Cammino

Il cammino è un avanzare e indietreggiare senza meta, in cui ciascuno di noi cade in continuazione, e quando si rialza lo fa inginocchiandosi sulla terra, per poi cadere di nuovo. Ci inginocchiamo gli uni davanti agli altri non per pregare o per rendere omaggio alla grandezza dell'altro, ma solo perché è stando alla stessa altezza che possiamo guardarci negli occhi.
[...]
Sulla strada non abbiamo mai avuto paura.
[...]
Il cammino rifonda il senso del pudore. Ci insegna a custodire segreti che, a loro volta, ci custodiranno. Non so cosa sia l'umiltà, ma qualsiasi cosa sia, forse ha a che fare con la casa dalle porte sempre aperte e col segreto.

Luigi Nacci, Viandanza.

Piegare, semplicemente

Semplice vuol dire "piegato una sola volta", ed è esattamente ciò che conta [...].
Pensate che mentre piegate state semplificando. Mettete ordine. Non c'è nessuna verità nascosta in questo: impariamo a piegare, e basta.
(Luigi Nacci, Viandanza)

giovedì 14 aprile 2016

Assenza

Concita De Gregorio, Mi sa che fuori è primavera.
pag. 63
"Gli anni passano, i minuti no. Il tempo della vita vola via e insieme ti dice a ogni istante che proprio quel momento avresti voluto e dovuto passare con chi ami, quello e non un altro, non ce ne sarà un altro uguale, e allora perché non è lì, perché ti lascia nell'angolo la persona che da sola darebbe luce e forza alla tua vita, a cui vorresti affidare intera la tua? Dove altro è, e perché? Perché: questa la domanda a cui nessun libro, nessun luogo, nessun farmaco, nessun mago dà pace."
pag. 107
"La nostalgia è fisica, poi. È proprio impossibile colmare la mancanza di un corpo vivo: quell'odore, quella morbidezza della pelle, quella voce quando ti chiama."
pag. 114
"Bisogna fare pace col destino, qualunque cosa esso sia. La palla che non si inconra col piede, troppo presto troppo tardi, troppo a lungo troppo poco, disincontri, malintesi, io pensavo che tu, e invece tu, com'è possibile che non ppssiamo unire le nostre vite, per quale ragione, non vedi che è scritto, non capisci che non ci sarà mai più una perfezione come questa, che siamo proprio noi, qual è l'ostacolo, non posso credere, non posso arrendermi. Invece sì, invece sì. Bisogna arrendersi, mi dici. Più doloroso di non avere accanto chi si ama c'è solo non sapere dov'è, chi si ama. Non avere neppure il suo corpo da immaginare che cammina altrove."

sabato 8 novembre 2014

Man

"This was the man: never able to make a decision, never able to state a position".

Zadie Smith, White teeth

giovedì 2 gennaio 2014

Ritorno

Dulce Maria Cardoso, Il ritorno
Angola, 1974. La famiglia di Rui ha atteso a lungo prima di andarsene, ma ormai dei loro vicini non è rimasto più nessuno; da un anno le strade sono piene di ribelli, uscire da soli è diventato pericoloso, a volte qualcuno sparisce per non fare più ritorno. Oggi anche Rui e i suoi saliranno su un aereo per la Madrepatria. La giornata scorre lenta, le decisioni ancora da prendere riguardano gli oggetti da portare con sé nel bagaglio, necessariamente leggero, e da abbandonare, magari bruciando quel che resta perché nessuno possa goderne al posto loro. La scelta è semplice per Rui e sua sorella, ancora adolescenti, più dolorosa per la loro madre, debole di nervi e costretta a lasciare dietro di sé i ricordi di una vita. All'improvviso però qualcuno suona alla porta: sono soldati ribelli, che arrestano il padre e lasciano la famiglia attonita e smarrita. Si imbarcano comunque, con l'aiuto di uno zio omosessuale che non intende partire, e diventano "retornados": profughi nel proprio Paese, senza denaro senza abiti e senza un luogo dove andare, sono ospitati a spese dello stato in un hotel lussuoso ma sovraffollato, dove il disordine e il degrado avanzano di giorno in giorno. In questa situazione sospesa, Rui rimpiange gli amici di un tempo e ne conosce di nuovi, si ribella ai professori, corteggia qualche compagna di scuola e fa le sue prime esperienze sessuali; ma allo stesso tempo prova a convivere con il senso di colpa per non essere riuscito a salvare suo padre, e matura la consapevolezza di essere il nuovo capo famiglia e di doversi prendere la responsabilità del futuro proprio, di sua madre e di sua sorella; in una parola, cresce. Il ritorno è dunque un romanzo di formazione, narrato dalla voce dello stesso Rui, con la delicatezza e la cruda violenza della sua età. Illusione di onnipotenza e grande smarrimento, rispetto e tradimento dell'amicizia, ottusa ribellione e senso di responsabilità, desiderio di chiassosa compagnia e ricerca di un posto solo per sé, sfida delle regole comuni e profondo senso di giustizia: tutte contraddizioni che Rui affronta con gli strumenti ancora poco raffinati di un ragazzo, e pure con un disinvoltura che gli permette di destreggiarsi e cavarsela sempre, nella faticosa conquista di se stesso. E pure, ne Il ritorno c'è dell'altro. Fin dall'inizio Rui, ragazzo, intriso di futuro, vive una nostalgia non sua, il rimpianto di una Madrepatria che non ha mai conosciuto. Ascolta i racconti di sua madre, storie di povertà e miseria, e ne coglie - con la nostalgia di luoghi e di persone, e il rimpianto per un clima più vivibile - anche il desiderio per qualcosa di perduto, un futuro luminoso che non c'è stato, e per una terra che sia Casa. Non si fa cogliere dalla malinconia, Rui; sa che suo padre lo vuole uomo, e come lui comincia a costruire un domani solido, certo che la fatica porti la giusta ricompensa. Ascolta su madre, ma anziché riandare a un passato che non conosce, trasforma anche il rimpianto in desiderio per un paese di sogno, dove le ragazze sorridono e  portano ciliegie come orecchini. Poi, il ritorno diventa reale. Non un desiderio o un timore, ma un semplice fatto doloroso; e Rui si trova privato di tutto, del suo nome perfino, nella scuola di un Paese che non lo riconosce, dove lui e gli altri come lui si equivalgono e possono, devono rispondere al nome di Retornados. Ritornati. Proprio loro che in Madrepatria non erano mai venuti, loro nati e cresciuti altrove, loro che altrove esistevano e avevano un futuro e che qui ne sembrano privati. Retornados, reduci di un viaggio a ritroso, dalla terra dove qualunque cosa fiorisce a un luogo grigio e freddo e spoglio, che non li vuole. È una cosa da vecchi, il ritorno, spetta a chi ha già vissuto. Scelta coraggiosa, quella di farlo raccontare a chi vive il tempo mobile di quando si è ragazzi, che sfugge sempre in avanti, o all'indietro, senza lasciarsi mai cogliere.

sabato 12 ottobre 2013

Letteratura portoghese

Circa un mese fa sono entrata in una Libreria. Ho chiesto chi fossero i portoghesi da leggere, dopo Pessoa e Saramago.
Il Libraio mi ha risposto a caldo:
- Equatore di Sousa Tavares. E qualcosa di Lobo Antunes.
Un libraio che merita la L maiuscola.

Ho letto, direi che ho bevuto Lobo Antunes: superate le prime pagine faticose e dense, presa l'abitudine ad affrontare riga dopo riga una scrittura che straripa, il lungo doloroso monologo di In culo al mondo coinvolge, avvolge, e ci si trova ad affondare in una mattina grigia in cui tutti si affaccendano mentre uno, almeno uno, affonda irrimediabilmente nel non-senso di ricordi troppo difficili per essere condivisi. Parla di guerra, di orrore; e lo fa con crudezza e disincanto, un modo per difendersi si direbbe. Ma parla anche di amore, e ci riesce altrettanto bene. Di amore perduto, di nostalgia. Di più: parla di sesso, ed è credibile. Non volgare, non melenso, non ammiccante: vero.

Con Sousa Tavares sto arrancando tuttora, vedremo.

Nel frattempo sono stata in Portogallo e sono tornata, ho scoperto che dietro il Portogallo c'è l'Angola, e anche un po' di Mozambico. Sospetto sia soltanto l'inizio di un viaggio.

Oggi tornerò da quel Libraio, lo ringrazierò, gli racconterò tutto questo. E gli chiederò che ne pensa di Dulce Maria Cardoso, e se gli sembra che valga la pena di leggere Il ritorno, appena uscito e recensito un po' ovunque, che probabilmente non avrei nemmeno notato se non ci fosse stata di mezzo la Vita.

venerdì 23 agosto 2013

Chi credi di essere?

Non lo so.
E pure, ho compiuto quarantadue anni, dovrei saperlo ormai.

(in treno, leggendo Siri Husvedt)

domenica 16 giugno 2013

Luccichìo



Più riguardo a La villa sul lagoBoris Pahor,  La villa sul lago

Luccichio, questa è l'immagine che mi resta negli occhi alla fine della lettura. Riflesso sull'acqua di una luce che non durerà a lungo, ma abbaglia. Sulla pelle un tepore fugace e accogliente, capace di farci scordare tutto ciò che non è il qui e l'ora. Effimero, e pure in grado di dare senso.

Il racconto di Pahor è lineare e ha un ritmo d'altri tempi. Ma quanta sapienza in questa narrazione di fatti semplici, degli stati d'animo mutevoli di un uomo ferito, del suo incontro -antico quanto il mondo- con una donna.

"Sì, era un vagabondo, un uomo senza patria, che si sentiva a casa ovunque ci fosse una costa o una riva, essendo l'acqua il simbolo della vita."
In riva al lago Mirko incontra Luciana, ed è ancora una volta Ulisse che ritorna a casa. Questa volta i Lestrigoni portavano camicie nere, e nelle ombre della loro breve notte avevano avvolto anche lei; ma l'Uomo ora è tornato per salvarla, e per proteggerla. "'Bambina' disse lui."

Bambina.
Bambina che si tuffa nel luccichio dell'acqua, mentre la osserva lui, che è della razza di chi rimane a terra.
Bambina che per amore è capace di superarsi, di far marcire in fondo al lago il ritratto del dittatore candidamente amato.
Bambina che giocando porta in sé continuità, rinascita, il ripetersi della Vita che va oltre la Storia.


Molto bello, grazie a chi me l'ha regalato.

domenica 24 febbraio 2013

Nero

Più riguardo a Sofia si veste sempre di neroPaolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero

I primi trent'anni di vita di una ragazza qualsiasi, descritti in pagine che sono un po' romanzo un po' raccolta di racconti. Molti i luoghi comuni: la villetta senz'anima di una famigliola media - madre depressa, padre in carriera con amante, figlia autolesionista, zia estremista ma simpatica; i piercing e il taglio di capelli, l'anoressia; l'appartamento da studenti con le tende arancioni e l'incenso e gli uomini in camera, e la coinquilina innamorata; il teatro come via d'uscita; New York. Per poi finire a scoprire che il libro l'ha scritto uno che Sofia l'ha incontrata realmente, giusto quando stava per diventare adulta, e che quello che leggiamo è la sua storia vera ma forse è anche un po' inventato, chissà.
Bisogna dire però che le pagine sono davvero scritte bene, e scorrono facilmente lasciando una scia profumata di sintassi corretta e di nostalgia dolciastra, apprezzabile da chi è stato bambino negli anni Settanta. Piacevole.

giovedì 31 gennaio 2013

Pop!


More about Atti innaturali, pratiche innominabiliDonald Barthelme, Atti innaturali, pratiche innominabili

Intuisco con chiarezza lo spessore della scrittura di Barthelme; ma credo anche di poter dire definitivamente che il postmoderno non fa per me.
Abbandonato.

lunedì 14 gennaio 2013

Donne d'altri tempi


Le ore del silenzio Gaelle Josse, Le ore del silenzio

La quarta di copertina promette un romanzo che è il fratello minore de La ragazza con l'orecchino di perla; e il testo mantiene la promessa.
Romanzo breve, da leggere in una sera in cui non si ha la forza o la voglia di fare fatica: scrittura scorrevole, stile compito e regolare, argomenti che toccano ogni donna, trattati senza che possano far troppo male.
Magda è, prima, una ragazza sveglia, un po' maschiaccio, lusingata dall'essere trattata da suo padre come il figlio maschio mai nato; che forse usa l'attenzione agli affari per sedurlo, questo padre scontento di non avere eredi.
Poi, in questo suo ruolo, è rimpiazzata dal marito; e diventa moglie, amante, e madre. Della maternità conosce la gioia, e la profonda tristezza per i figli perduti.
Il romanzo è il suo diario, scritto nelle cupe ore notturne dopo aver perso una figlia neonata e dopo che il marito, per evitare nuove gravidanze preservarle la salute, forse per affetto forse per opportunità, le comunica che non giacerà più con lei.
Magda è gelosa della figlia e dei suoi nuovi amori, e allo stesso tempo felice per lei; donna di trentasei anni ormai vecchia e non desiderabile per decreto del marito, e pure ancora viva e desiderante.

Lettura molto piacevole.
Qui ho trovato una recensione che dice altre cose rispetto alla mia, coglie altri aspetti.

domenica 7 ottobre 2012

Dubbio

More about Cattolici
Brian Moore, Cattolici

Futuro prossimo, per Moore che scrive nel 1972: siamo intorno alla fine del XX secolo, Lourdes non è più riconosciuto come luogo di pellegrinaggio, l'abito talare per i sacerdoti è un'opzione fra tante e un Concilio Vaticano IV ha stabilito che il rito della messa non sia un miracolo ma un "pio rituale" con funzioni simboliche, e ha scelto la strada di un ecumenismo estremo, con la contaminazione tra cattolicesimo e buddismo. Su un'isola sperduta dell'Irlanda, un gruppo di monaci continua a dire messa alla maniera tridentina, attirando per questo solo fatto un flusso di pellegrini e, di conseguenza, l'attenzione dei media. La cosa non piace al Vaticano, che invia un giovane prete in carriera di origine irlandese, padre Kinsella, a ricondurre i monaci all'ordine.
La vicenda è scarna: padre Kinsella arriva, con qualche difficoltà, sull'isola; dialoga a più riprese con l'abate; e riparte due giorni più tardi con la promessa di quest'ultimo di un adeguamento del monastero alle ingiunzioni romane.

Dunque, cos'ha questo romanzo di tanto affascinante?

L'isola che fa da scenario alle vicende è un luogo, come dice l'abate stesso, "abbandonato da Dio". Ma lo è davvero? Davvero Dio si trova a Roma e in tutte quelle chiese dove si celebra un rituale ecumenico e ci si prende cura delle comunità? O forse quell'isola non sarebbe meglio descritta come "fuori dal mondo", e dunque più che mai vicina a quello stesso Dio?
Un abate dalla fede vacillante sceglie di obbedire ai suoi superiori; e proprio questa scelta lo spinge ad affrontare il suo dubbio e, dopo molti anni, a pregare nuovamente. Cosa chiederà a Dio? Probabilmente, di capire la fede dei suoi frati; e se valga di più la fedeltà a se stessi e a quanto si giudica vero, o quella alla parola data. Tanto più che quel voto di obbedienza è stato fatto nei confronti di una Chiesa tanto diversa, difficile da riconoscere in questa nuova, aperta ad altre e con altre confusa, Chiesa che per prima mette in discussione i propri dogmi.
Dare ascolto a se stessi, al proprio sentire profondo, alla fede dunque, sembrerebbe la scelta più "moderna", se nella modernità vogliamo vedere un percorso verso l'individualismo. E pure questa nuova Chiesa, aperta più che mai a ogni diversità -al punto di confondersi con altre- questa Chiesa si propone a sua volta come "moderna", accusando i monaci irlandesi di non essersi aggiornati nei riti e nel sentire; ma proprio questa nuova Chiesa, più che mai chiede al proprio interno adeguamento e uniformità. Non ascolto della fede del singolo, ma ordine sociale e obbedienza. In tutto ciò, esiste ancora uno spazio per la coscienza?
Molte le domande che dovrà porsi l'abate, e che siamo costretti a porci noi lettori. Chiesa e fede possono dunque convivere? La Chiesa esiste per i fedeli o per Dio? Deve esistere nel mondo, o fuori dal (pazzo) mondo?

L'escamotage del collocare le vicende in un qualche futuro non ci faccia dimenticare la realtà. L'immaginario Concilio Vaticano IV non fa che amplificare le questioni aperte dal Vaticano II del 1962-65, che ha realmente affrontato le questioni della Chiesa cattolica nel mondo moderno e dell'ecumenismo.
Il romanzo, pubblicato nel 1970 e dunque scritto nel pieno della questione sollevata dall'arcivescovo (poi scomunicato) Marcel Lefebvre, sembra anticipare di qualche anno la rottura tra Roma e il seminario di Ecône. Probabilmente la chiave di lettura politica può svelare qualche movente e qualcuno dei temi di Cattolici, che rimane comunque quasi un breviario delle domande che ogni buon cattolico si trova, o dovrebbe trovarsi, di fronte, nel rapporto quotidiano, politico e di fede, con la propria chiesa.

Se poi qualcuno ne ha tempo e voglia, qui si può vedere il film del 1973 tratto dal romanzo.

martedì 26 giugno 2012

Deragliamento

More about Mille anni che sto quiMariolina Venezia, Mille anni che sto qui


Per almeno centocinquanta pagine ci si orienta agevolmente: molti i personaggi, soprattutto donne, ma sensato sempre il loro modo di esistere, i rapporti, l'eredità che ne porterà chi verrà dopo. E se dovessimo perdere la bussola, c'è una mappa genealogica certa, semplice, che ci sostiene.
Poi, i fatti i nomi le vicende prendono a confondersi, gli episodi si ripetono, i ricordi sfumano e soprattutto il ritmo accelera, diventa più facile perdere il filo. Dopo tanti capitoli di chiarezza e consequenzialità compare un unico nome equivoco, Gioia, come un'anticipazione non si sa ancora di cosa; e purtroppo sa di espediente letterario.
Un po' come in Isabel Allende o Marcela Serrano, nel racconto si intrecciano politica e magia, progresso e abdicazione a se stessi, senza ritorno.
L'accelerazione, la crescente confusione, saranno una scelta di stile, per coerenza con una tradizione perduta e tradìta, o semplice stanchezza nel tenere le fila di troppi ricordi, di eredità troppo complesse e pesanti? Eredità inspiegabili per chi abbia perso le radici, e non abbia potuto ascoltare anno dopo anno i racconti tra donne di casa, in casa, quelle parole parole infilate una dopo l'altra nelle cucine, nei cortili, nei soggiorni, a costruire un racconto che, come le tovaglie ricamate,acquista senso solo una volta completato, dall'insieme di infiniti insignificanti dettagli. Catene di parole che tutto accolgono, tutto spiegano e giustificano; parole che a Gioia mancano e il cui eco la richiama, esangue, tra le mura di Casa, dopo una vita uscita dai binari.

domenica 17 giugno 2012

Dolore

More about Brevi interviste con uomini schifosiDavid Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

E' più di un mese che ho finito di leggere le Interviste di DFW; e ancora oggi devo forzarmi per scriverne qualcosa.
Sarà forse perché tutto sembra già essere stato pensato, e considerato, e criticato, e scritto in quella stessa pagina che tentiamo di chiosare.
E poi c'è la sofferenza.
Durante la lettura, mentre l'occhio scorreva sulle righe, pensavo che sarebbe stato meglio rallentare, prestare più ascolto, provare a capire; e pure, non volendomi arrendere a sorvolare su interi paragrafi, concretizzavo il desiderio di fuga leggendo in velocità, nel tentativo che tutto finisse il prima possibile.
Da allora, le parole di DFW sedimentano lentamente e io cerco di abituarmi ai diversi generi di dolore che hanno risvegliato. Il campionario è ampio: di racconto in racconto, ci si può immedesimare nel bambino che si tuffa o in sua madre distratta e poi preoccupata ma comunque lontana; nella persona depressa o in chi nonostante tutto l'ascolta; nel padre che odia suo figlio o nel figlio che si suicida come dono estremo a sua madre che non l'ha mai amato. In chi abbandona e in chi  abbandonato, in chi stupra e in chi è stuprato. Fa tutto troppo male, e una volta chiuso il libro la cosa migliore è dimenticare tutto. La reazione è così forte che davvero, poche ore o anche pochi minuti dopo aver chiuso il libro, sembrava non ne fosse rimasto nulla.
Ma, posta qualche distanza tra me e le pagine scritte, ecco che lentamente qualcosa riemerge. Non più dolore, non più disgusto per questi uomini "schifosi" e per l'odio di sé che tutti senza eccezioni provano e dissimulano e per la distanza fatta di diffidenza e sospetto che irreparabilmente li divide; ma qualcosa di diverso.
Vedo un giovane scrittore umanista e poco adatto ai salotti osservare gli uomini e le donne e la loro meschinità, e osservare se stesso con lo stesso occhio disincantato. Lo vedo scrutare e descrivere la pochezza dei propri moventi, e dei loro. Lo vedo computare le sofferenze provate da ciascuno e quelle inflitte, e sperare in una migliore comprensione che permetta a ciascuno di capire di più, e di più perdonare a questa umanità dolente. Lo vedo riconoscere in ciascuno la sua stessa nostalgia di un'umanità diversa.
E ancora lo vedo farsi carico di tutto questo, accorgersi un giorno di non averne la forza.
E alla fine arrendersi.

mercoledì 25 aprile 2012

Realtà e finzione - Un esperimento poco riuscito

More about I fattiNon pensavo che un libro di Philip Roth potesse non piacermi; scrivo questa nota per congedarmene definitivamente.

Il volume l'ho trovato, usato, a due euro e mezzo, e mi è sembrata una gran fortuna; mi sono stupita che non fosse pubblicato come gli altri da Einaudi, ora lo stupore è passato.
Ricordo che la Controvita, del 1986, mi era piaciuto perché, con l'inconciliabilità tra le diverse vicende narrate, sgombrava il campo da ogni dubbio sul 'realismo' delle storie raccontate da Roth; questi Fatti, ci dice Roth stesso appena due anni più tardi, sono la sua controvita. Un insistere ridondante su qualcosa di già detto, insomma; un sottolineare che "Nathan Zuckermann non sono io".
La lettura è stata lenta e noiosa. L'espediente della lettera a Zuckermann e della sua risposta non troppo riuscito (se pure qui il personaggio che scrive all'autore ha ragione da vendere!). Roth non è un autobiografo, Zuckermann non è un critico.

Per fortuna poi Roth è rinsavito ed è tornato a fare il suo mestiere; altrimenti, di Ho sposato un comunista non sapremmo niente, e sarebbe un peccato.

mercoledì 15 febbraio 2012

Neve

More about Il richiamo della foresta
Non l'avevo letto da bambina.
L'ho fatto ora, ad alta voce, con due piccoli lettori in erba, mentre fuori nevicava.
Bellissimo.

martedì 14 febbraio 2012

Esistenza

More about La nausea
La Nausea: diario di ventitré giorni d’inverno, dal 30 gennaio al 21 febbraio del 1932. Giusto ottant’anni fa. In questi giorni, Roquentin-Sartre sente la sua inquietudine prendere forma, e scopre la Nausea. Tutto quel che segue è un tentativo affannoso e vano di cogliere la natura della Nausea, prima, e poi di sconfessare l’evidenza di quanto in realtà gli è chiaro fin dall’inizio. Consapevole da subito della sovrabbondanza e dell’ottusità fine a se stessa di ciò che esiste, Roquentin cerca in ogni modo qualcosa che dia torto alla sua intuizione, ovvero l’impossibilità per l’uomo di sollevarsi al di sopra dell’esistente e di dargli un senso.
Tenta dapprima, ingenuamente, di trovare un barlume di umanità nel suo stesso volto, che tuttavia gli appare muto come una carta geologica, inumano. Cerca un appiglio nelle parole, e pure è conscio che quest’ultime, nel descriverla, immediatamente congelano la realtà e ne fanno qualcosa d'altro; sa da subito che l'esistenza resterà sempre più ottusa e più forte di qualsiasi sua razionalizzazione. Si aggira quindi confuso in una “folla tragica” incapace di sfuggire al proprio destino; e il fatto di averne consapevolezza gli permette di cogliere la “sensazione di fatalità”, ma lo lascia costretto in un’uguale impossibilità di scelta, forzato nello stesso ‘tragico’ stato di esistente. In pieno carnevale, tempo di rovesciamenti necessari alla ricostituzione dell’ordine, prova qualcosa che “è come la Nausea e tuttavia è esattamente l’opposto: finalmente [gli] capita un’avventura”; ma anche questa (che pure non ci è dato di sapere in che cosa consista) giungerà a termine, e lascerà tutto esattamente immutato. Roquentin spera quindi nel potere della volontà (“Immagino sia per pigrizia che il mondo si rassomiglia tutti i giorni. Oggi aveva l’aria di voler cambiare. E allora tutto, tutto poteva succedere”) e dell’iconografia di una galleria di ritratti di nullità che non hanno inciso né lasciato traccia.
Trova a volte rifugio e sollievo nella biblioteca, che è ricordo di ciò che è stato, è memoria; ma spesso ne deve fuggire perché anche là sente incombere la mancanza di senso. Ed è proprio in biblioteca, dopo la decisione di abbandonare la ricerca storica, che Antoine perde una battaglia cruciale: “Ho voglia di alzarmi, di fare una cosa qualsiasi per stordirmi. Ma se alzo un dito, se non me ne sto assolutamente fermo, so benissimo cosa mi capiterà. E non voglio che mi capiti ancora. Tornerà sempre anche troppo presto. […] Soprattutto non muoversi, non muoversi… Ah! / Questo movimento delle spalle, non ho potuto trattenerlo. /  La Cosa, che aspettava, s’è svegliata, mi s’è sciolta addosso, cola dentro di me, ne son pieno… […] L’esistenza liberata, svincolata, rifluisce in me. Esisto. / Esisto. E’ dolce, dolcissimo, lentissimo”.
Roquentin non riesce più ad opporre resistenza, è tentato dall’abbandonarsi all’animalità dell’esistere, ne sente la lusinga; ma allo stesso tempo ne è atterrito. Non sa smettere di pensare, non sa smettere di esistere, sente di esistere suo malgrado e tenta un’impossibile fuga. “I pensieri, non c’è niente di più insipido. Ancora più insipido della carne.  […] Esisto perché penso… e non posso impedirmi di pensare […] sono perché penso, e perché penso?”. Esce, Antoine, lascia la biblioteca e si getta fuori. “Come esistono forte oggi le cose!” E’ oltre la Nausea e, colto dal panico di non poter sfuggire al mondo e a se stesso, trova in una notizia “Sensazionale” un ultimo disperato appiglio: lo stupro, tentativo estremo di salvezza. Di più: lo stupro di una bambina. Roquentin si perde in un desiderio lordo e violento, si sporca con i dettagli più sordidi, le dita della piccola contratte nel fango, e l’evocazione delle immagini diventa ricordo: “il fango sul mio dito [=pene] che usciva dal rigagnolo fangoso e ricadeva dolcemente, pian piano, s’afflosciava, grattava meno forte le dita della bambina ch’era strangolata […] l’esistenza è molle”. E’ forse Antoine, l’”ignobile individuo”, lo stupratore della “piccola Luciana assalita da dietro, violata dall’esistenza da dietro”? E’ forse questo, ciò che voleva non gli capitasse più? E dopo tutto, se Antoine irrimediabilmente esiste, se nemmeno questo tentativo estremo di strappo all’ottusa ‘molle’ continuità dell’esistenza ha alcun esito, se nemmeno lo stupro di una bambina è sufficiente a far finalmente ‘accadere’ qualcosa, fa forse differenza se, a commetterlo, sia stato un esistente o un altro? Se Antoine è in grado di rivivere, di sentire nella carne ciò che è successo, potrebbe benissimo esserne stato l’autore. Non cambierebbe comunque nulla.
Scrive Antoine: “Niente. Esistito”. Ovvero la crisi, l’urlo del giorno precedente, l’evocazione / memoria della violenza non sono servite, tutto è rimasto uguale a prima, l’esistenza ha avuto ancora una volta il sopravvento. E così, l’indomani, schiaccia la mosca con noncuranza, lui che nello spirito e forse nel corpo ha perpetrato una violenza ben maggiore, e afferma: “L’ho sbarazzata dell’esistenza. […] Le ho reso un servigio”. Alla mosca, alla bambina? Comunque sia, perfino uccidere rimane un atto interno all’esistente.
“E’ dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. […] La Nausea […] sono io stesso”:  la guerra è persa, Antoine esiste esattamente con la stessa mostruosa evidenza di una radice di castagno, parte indistinta di un tutto senza senso, di un’esistenza eccessiva e invadente dalla quale non si può sfuggire nemmeno con l’atto volontario di togliersi la vita – resterebbe un cadavere, sangue, ossa, tutto è di troppo - anche questo.
Roquentin esclude il ricorso a qualche trascendenza, perché la Nausea è proprio consapevolezza della gratuità dell’esistente, che esiste senza causa e senza fine, e senza lasciare di sé un ricordo. Avvolto da tanta passività appiccicosa, Antoine ne prova oppressione e, visto vanificarsi ogni tentativo di riscatto, finalmente, noia. Incontrerà Anny, antica amante ormai grassa, molle, “tornata solo per toglier[gli] ogni speranza”. Deciderà di lasciare Bouville, come se ciò potesse fare una qualsiasi differenza. Tanto per fugare ogni dubbio, vedrà in un patetico Autodidatta  incontrato in biblioteca la crassa esistenza corporea sopraffare lo sforzo intellettuale e l’idea politica, vanificandole.
Solo ascoltando e riascoltando il canto del sassofono, Antoine si culla brevemente, fugacemente in qualcosa che, infine, ha una propria completezza, perfino un senso; e coglie infine il desiderio che ha accomunato tutti i suoi tentativi affannosi e all’apparenza slegati: “cacciare l’esistenza fuori di me” e, finalmente, ESSERE. Essere come l’aria di jazz, nata dal pensiero di un uomo qualunque, resa viva dalla voce di una qualunque donna, ma ormai indipendente e autonoma, e perfetta. Peccato, peccato che la musica, al pari di una perfetta figura geometrica, non possa anche ‘esistere’…



martedì 31 gennaio 2012

(Giornata della) Memoria


More about Destinatario sconosciutoQuesto è il racconto di un'inattesa rilettura, e di un libro che chiama e vuol dire qualcosa.

Qualche sera fa sono stata a teatro; ci andavo spesso un tempo, ora non più. E' capitato per caso, perché conoscevo l'attore, perché ho assistito alle prove e poi mi sono fermata. Ma non mi ero preparata e non conoscevo il testo, che mi era solo vagamente familiare –forse solo per somiglianza con qualcos'altro di simile, forse un film, chi sa. Destinatario sconosciuto. Un bel titolo, il carteggio tra due amici e soci in affari, ebreo e tedesco; è il 1932, l'ebreo rimane a San Francisco, il tedesco rientra in Germania e prende a simpatizzare con il nazismo, ed è l'inizio di un crescendo di violenza e vendette che non risparmierà nemmeno i sentimenti più nobili. Dopo lo spettacolo sono rientrata a casa con la sensazione di qualcosa di incompiuto.

L'indomani, in casa, ho trovato una scatola ancora chiusa dall'ultimo trasloco. Mi era sfuggita: la apro, e mi trovo fra le mani un volumetto: Destinatario sconosciuto di Katehrine Kressmann Taylor, con una data di oltre dieci anni fa. Un periodo in cui leggevo pochissimo, perché mai l'avrò comprato… Mi riprometto di rileggerlo, e lo appoggio accanto al letto.

Passa un altro giorno, trovo il tempo per sfogliare le pagine che sembrano ingiallite ad arte. Ne esce una busta prestampata con un biglietto scritto a mano: qualcuno che mi ringrazia –ma tu guarda!- per avergli procurato un posto a teatro.

Se c'è un senso, ancora mi sfugge.

giovedì 8 dicembre 2011

Ridondante

More about Memoriale del convento
Pomposo, ripetitivo, inutilmente prolisso.
L'ho letto sentendomi persa, sempre con l'impressione che -come il manovale che costruisce il convento- non sarei riuscita a vederne la fine.
Molto Saramaghiano. Troppo.

lunedì 29 agosto 2011

Passione

More about Il calore del sangueIrène Némirovsky, Il calore del sangue


"Nell'amore coniugale c'è una potenza sovrumana."
La Némirovsky sembra crederci, sembra voler ribadire una volta di più l'esistenza di quella pace dei sensi che dovrebbe subentrare, a un certo punto della vita, alle passioni che scuotono l'animo e la carne.
Nuovamente delusa, prendo atto. Ma siamo solo a pagina 37, e questa volta molto deve avvenire.

Ho capito, ora, l'entusiasmo suscitato dalla scrittura di Irène Némirovsky. Scrittura fluida, che si infiltra sotto la roccia non scalfibile delle convenzioni, che lentamente scivola lungo i meandri sotterranei dei sentimenti nascosti e poco, poco alla volta li consuma, fino ad estenuarli.
Goccia dopo goccia, le pagine di questo romanzo scavano sotto la superficie dell'idillio rurale, ci accompagnano fino al cuore della passione, al fuoco sepolto giù, in fondo.

Non è Colette la protagonista del Calore del sangue. Non è Silvio, o Sylvestre. E nemmeno la selvaggia e fiera e inquieta Brigitte.
Ma piuttosto la coppia apparentemente indistruttibile e perfetta, Hélène e François, l'Amore Coniugale. Che si sgretola in un momento appena il fiume bollente e sotterraneo riemerge portando con sé ricordi di vita vera.

La pagina citata sempre, da tutti, è sempre la stessa; e nemmeno io mi esimo dal riprenderla:
"In fin dei conti, se il dilemma è: 'Chi conosce la donna autentica, l'amante o il marito? Sono davvero così diverse l'una dall'altra? O sono forse sottilmente mescolate e indistinguibili? O sono plasmate con due sostanze che unite ne generano una terza, non più somigliante ad alcuna delle precedenti?', forse allora né il marito né l'amante conoscono la donna autentica. Eppure, è la donna più semplice che ci sia."