venerdì 10 febbraio 2012

Neve


mercoledì 8 febbraio 2012

Neve

venerdì 3 febbraio 2012

Pensiero


Sono perché penso, e perché penso?
[Jean-Paul Sartre, La Nausea]

giovedì 2 febbraio 2012

Asciutte

Questa frase io l’avevo pensata; era stata un po’ di me stesso. Adesso s’era impressa nella carta e faceva blocco contro di me. Non la riconoscevo più. Non potevo nemmeno ripensarla. Era lì, di fronte a me, invano avrei ricercato in essa un segno della sua origine: chiunque altro avrebbe potuto scriverla. Ma io, io, non ero affatto sicuro di averla scritta. Le lettere adesso non brillavano più, erano asciutte. Anche questo era scomparso: non restava più niente del loro effimero splendore.
[Jean-Paul Sartre, La Nausea]

martedì 31 gennaio 2012

(Giornata della) Memoria


More about Destinatario sconosciutoQuesto è il racconto di un'inattesa rilettura, e di un libro che chiama e vuol dire qualcosa.

Qualche sera fa sono stata a teatro; ci andavo spesso un tempo, ora non più. E' capitato per caso, perché conoscevo l'attore, perché ho assistito alle prove e poi mi sono fermata. Ma non mi ero preparata e non conoscevo il testo, che mi era solo vagamente familiare –forse solo per somiglianza con qualcos'altro di simile, forse un film, chi sa. Destinatario sconosciuto. Un bel titolo, il carteggio tra due amici e soci in affari, ebreo e tedesco; è il 1932, l'ebreo rimane a San Francisco, il tedesco rientra in Germania e prende a simpatizzare con il nazismo, ed è l'inizio di un crescendo di violenza e vendette che non risparmierà nemmeno i sentimenti più nobili. Dopo lo spettacolo sono rientrata a casa con la sensazione di qualcosa di incompiuto.

L'indomani, in casa, ho trovato una scatola ancora chiusa dall'ultimo trasloco. Mi era sfuggita: la apro, e mi trovo fra le mani un volumetto: Destinatario sconosciuto di Katehrine Kressmann Taylor, con una data di oltre dieci anni fa. Un periodo in cui leggevo pochissimo, perché mai l'avrò comprato… Mi riprometto di rileggerlo, e lo appoggio accanto al letto.

Passa un altro giorno, trovo il tempo per sfogliare le pagine che sembrano ingiallite ad arte. Ne esce una busta prestampata con un biglietto scritto a mano: qualcuno che mi ringrazia –ma tu guarda!- per avergli procurato un posto a teatro.

Se c'è un senso, ancora mi sfugge.

martedì 17 gennaio 2012

Voler Scendere


More about Lettera di dimissioniMa è possibile che un liceale promettente, che sa far dialogare fisica e filosofia com'era alle origini, finisca in pochi anni (sono appena quindici) a badare da solo a trentadue bambini di tre anni e a vergognarsi di dover chiedere alle mamme di portare a scuola carta colori fazzoletti? Si? E' possibile? Ma come è possibile? Ecco: è possibile così. Passo dopo passo, qui è spiegato tutto.
Valeria è cresciuta un altro po'. Non disegna più mosche né balene, ha attraversato già tutto il suo lungo doloroso farsi madre. Ama sempre le parole, la frase ben costruita, ma le usa ora senza incanto. Guarda il mondo da dopo: dopo l'amnesia, l'assenza, il tradimento, dopo l'abbaglio del successo, dopo lo stereotipo e il compromesso. Valeria ora sa, perché si è sporcata.
E decide di non raccontarci un'altra storia di precariato, di guerra sempre persa con l'estratto conto, le sofferenze della quarta settimana del mese. No: questa è la storia di un successo, e del suo prezzo. Clelia, così limpida, poco a poco si scopre fatta di una materia opaca, densa, fangosa. Non è colpa sua? E' stato il mondo a obbligarla? Ma Clelia è diventata mondo lei stessa, lei sporca, lei ferisce. Per l'arte, certo. In nome di qualcosa di nobile e alto. Prendendosi la responsabilità… ma non è vero.
Si, il mondo è più grande. Si, è più forte. E si, l'avrà vinta. Ma Clelia vince quando sceglie di fare un passo indietro, di concentrarsi su un orizzonte più ristretto e su un mondo in scala ridotta, nel quale sia ancora possibile assumersi realmente una responsabilità personale.

Favoletta morale di oggi, che con la sua protagonista nasce sognante, cresce impegnata, diventa cinica nella maturità per conludersi con un improbabile lieto fine, un po' semplicistico ma colmo della speranza che "questi quindici anni" possano davvero essere finiti. 

lunedì 2 gennaio 2012

Duemiladodici

...un po' come il 1929.
O anche '30

domenica 25 dicembre 2011

Assenze


More about Vanità della mentePoi qualcosa che non era sgomento e non era sollievo. Riconoscere chi? Non era lui, non era lì, non era altrove.

Dove vanno, quelli che non ci sono più? Che non percorrono le nostre stesse strade, che non vedono le stesse luci al margine. Davvero sono là, sono quelle ombre che ci sembra di scorgere? O forse quelli che ci sembra di intravvedere sono soltanto gli occhi di quando eravamo ragazzi / che ora tornano per spaventarci. Il corpo morto è un guscio vuoto, chi abbiamo amato non è questa carcassa, non è qui; e pure, non è più nemmeno altrove, non è più. Restiamo noi, con la pelle troppo sottile per sopportare la vita e il ricordo e la tenerezza straziante.
Difficile, scrivere del libro di Gian Mario. Perché la biografia emerge sempre, e gli occhi rossi con lo sguardo rimasto vigile, quasi scanzonato, me li ricordo bene. Perché ogni pagina mi toglie uno strato di pelle, e di carne, e mi sfinisce. Perché la copertina è di Claudio, e anche questo vuol dire.
Lascerò ad altri di misurare quando, e quanto, e come Villalta faccia il verso a Zanzotto, e con che esito. Io, mi tengo la luce dei lampioni accanto agli svincoli, le sere fredde e umide, i campi e la campagna dove dev'essere stato bello crescere, per gli animali soprattutto. E scrivo questa scarna recensione, per me sola; perché

Ora è diverso, tutto più incompiuto.
Quasi quaranta anni e solo adesso
so che possiedo poco della vita, e regalato.
Invece ho pagato quello che non ho avuto
e ho conosciuto con il desiderio
e le parole: non è la parte migliore
di me, però le stanze di una casa vuote
fanno la pioggia più grande, più bianco il sole.

giovedì 8 dicembre 2011

Ridondante

More about Memoriale del convento
Pomposo, ripetitivo, inutilmente prolisso.
L'ho letto sentendomi persa, sempre con l'impressione che -come il manovale che costruisce il convento- non sarei riuscita a vederne la fine.
Molto Saramaghiano. Troppo.

mercoledì 2 novembre 2011

Ferita aperta