mercoledì 25 aprile 2012

Realtà e finzione - Un esperimento poco riuscito

More about I fattiNon pensavo che un libro di Philip Roth potesse non piacermi; scrivo questa nota per congedarmene definitivamente.

Il volume l'ho trovato, usato, a due euro e mezzo, e mi è sembrata una gran fortuna; mi sono stupita che non fosse pubblicato come gli altri da Einaudi, ora lo stupore è passato.
Ricordo che la Controvita, del 1986, mi era piaciuto perché, con l'inconciliabilità tra le diverse vicende narrate, sgombrava il campo da ogni dubbio sul 'realismo' delle storie raccontate da Roth; questi Fatti, ci dice Roth stesso appena due anni più tardi, sono la sua controvita. Un insistere ridondante su qualcosa di già detto, insomma; un sottolineare che "Nathan Zuckermann non sono io".
La lettura è stata lenta e noiosa. L'espediente della lettera a Zuckermann e della sua risposta non troppo riuscito (se pure qui il personaggio che scrive all'autore ha ragione da vendere!). Roth non è un autobiografo, Zuckermann non è un critico.

Per fortuna poi Roth è rinsavito ed è tornato a fare il suo mestiere; altrimenti, di Ho sposato un comunista non sapremmo niente, e sarebbe un peccato.

martedì 24 aprile 2012

Deprioritizzare

Ho sentito questa parola giorni fa a una conferenza di tema farmaceutico. Ad essere lessicalmente precisi (per quel che vale, visto il contesto...) il verbo era un passato prossimo passivo: "il progetto è stato deprioritizzato".

Non sto a cercare il termine su un vocabolario, so bene che non lo troverò; questa volta vado diretta a google e, con una certa sorpresa, trovo ben cinque occorrenze:
- una parla di software, decido di non approfondire oltre
- una la cito perché si commenta da sé: "chiedere alc apo cosa deprioritizzare e' sempre uan scelta ottima soprattutto se si aggiunge uno straccio di motivazione"
- una parla di software E la cito: "prioritizzare il VoIP, IM, > Web, DNS, e deprioritizzare e-Mail, P2P e ..."
- dalla quinta finalmente capisco che deprioritizzare è un modo gentile (anzi, 'soft') che il mondo dell'informatica utilizza per significare l'abbandono.

E allora mi viene in mente quante volte ho deprioritizzato, e quante sono stata deprioritizzata io.
Forse più le prime delle seconde, ma forse no.

Curiosamente, il termine opposto prioritizzare compare in 8.930 occasioni, e la prima segnalazione rimanda, nientemeno, all'Accademia della Crusca. Copio integralmente, da qui:





Priorizzare
, prioritare, prioritizzare, prioritarizzare:
a quale forma assegnare la priorità?
La questione che ci viene posta riguarda, dal punto di vista generale, la derivazione da sostantivi o aggettivi di una forma verbale sintetica in luogo di una espressione analitica. Soprattutto in tempi recenti e in special modo in ambito burocratico e scientifico, si assiste a un proliferare di verbi uscenti in -are di nuova coniazione: così attenzionare, per ‘richiamare l’attenzione di’, o efficientare, per ‘rendere efficiente’ e simili. Questo aspetto è già stato trattato in questo stesso sito da Raffaella Setti.
Venendo al caso particolare dei verbi priorizzare, prioritare, prioritizzare,prioritarizzare per esprimere il concetto di ‘assegnare la priorità a qualcosa’ o ‘stabilire le priorità in una serie di oggetti, eventi, o simili’, le quattro alternative proposte sono diverse dal punto di vista formale in quanto a derivazione, ma tutte ammissibili: prioritizzare è sicuramente un adattamento recente dell’ingleseprioritize; prioritarizzare deriva dall’aggettivo prioritario introdotto in lingua nel XX secolo (1963); prioritare è riconducibile direttamente a priorità, voce dell’inizio del XV secolo, dal latino medievale prioritas ‘precedenza’; infine priorizzare si presenta come un termine dotto derivante dal latino prior (gen. prioris) ‘primo di due, precedente’, comparativo di prī ‘davanti, prima’, forma che sta alla base di priorità, nonché dell’italiano priore.
Cerchiamo di capire se una tra le forme proposte sia legittimata dalla tradizione scritta o, quanto meno, sostenuta da una larga diffusione nell’uso.
Per quel che riguarda le attestazioni lessicografiche, non troviamo le forme nelVocabolario Treccani, né nel Dizionario italiano on line della Hoepli, né inSabatini-Coletti 2008, Devoto-Oli 2012, ZINGARELLI 2011, GARZANTI 2007. SoloGRADIT 2007, opera che programmaticamente registra l’uso anche legato ad ambiti specialistici, riporta unicamente priorizzare la cui prima testimonianza risalirebbe a un articolo del “Corriere della Sera” datato 1992.
Esaminando l’archivio del “Corriere” ci rendiamo conto che l’impiego nell’articolo citato da GRADIT (Antonio Costa, Democrazia o prosperità: il dilemma irrisolto del post comunismo, 19.01.1992) costituisce l’unica occorrenza nel corpus; nessuna traccia delle altre forme verbali, né di sostantivi derivati. Non troviamo attestazioni utili nell’archivio di “Repubblica”, mentre in quello della “Stampa” abbiamo due occorrenze di priorizzare e una del sostantivo priorizzazione: il primo riscontro del verbo risale al 2004 (Incontro nello stabilimento di Belo Horizonte - Morchio vede Lula «Brasile strategico») e il più recente al 2009 (Il viceministro Fazio: «No alla corsa al farmaco è inutile e dannosa»); ancor prima, in una lettera datata 25.04.2003, si parla di “un'innovativa modalità di priorizzazione viaria del servizio pubblico”. 
Lo stesso quotidiano sembra essere l’unico a testimoniare l’uso di prioritizzare in un intervento di Roberto Quaglia, direttore generale di ESCP Europe Italia, dal titoloUna vetrina per i giovani stranieri, dello scorso 12 febbraio: “Prevederei anche un retrobottega pensante, che definisca le priorità per il territorio, in collegamento con la politica locale. Prioritizzare è necessario, sparando nel mucchio si sprecherebbero le poche cartucce a disposizione”. Neanche nell’archivio della “Stampa”, troviamo attestazioni delle altre due forme verbali prioritare eprioritarizzare, né dei sostantivi connessi.
La consultazione del GDLI, che tratta le testimonianze della tradizione scritta della nostra lingua, non offre riscontri per nessuna delle forme verbali; troviamo però il sostantivo priorizzazione registrato come sinonimo disusato di ‘priorità’. Nel dizionario si cita un passo dagli Errori di lingua italiana che sono più in uso di Antonio De Nino (1866): “M’è dispiaciuto di leggere anche in opera di egregio scrittore vivente la voce priorizzazione, poiché abbiamo priorità non ancora uscita d’uso: mentre priorizzazione è usata da pochi. Sarò da riprendere se stento ad accoglierla per buona? Non credo” (p. 44 sg.). La stessa condanna della voce troviamo nel Lessico dell’infima e corrotta italianità di Pietro Fanfani e Costantino Arlìa (1877), dove, dopo la citazione dallo stesso De Nino, si dice “Molti degli egregi scrittori viventi, pur troppo, sig. De Nino, non solo non curano ma affettano, e se ne vantano, di non curare la lingua. Questa voce, che è accia, se è usata da pochi, e’ debbon esser di quelli che vanno cercando col fuscellino di cosifatte sgarbate, strampalate e cervellotiche voci e frasi…”. Parrebbe quindi che il sostantivo, che ripetiamo non è registrato dalla lessicografia dell’uso attuale, sia stato introdotto nel XIX secolo.
Una ricerca condotta nel corpus offerto da Google libri permette di ricondurre le prime testimonianze scritte di prioritizzare e prioritarizzare al XXI secolo (rispettivamente al 2005 e 2006) e quelle dei relativi sostantivi agli anni Ottanta del secolo scorso: prioritizzazione appare nel 1983 nel volume XXVII della rivista “Il Veltro”, edita dalla Società Dante Alighieri, in un brano che tratta di informatizzazione di testi («prioritizzazione dell'ordine delle scansioni o “runs”»),prioritarizzazione nel 1986, in un testo di Graziella Tonfoni, Intenzione comunicativa e interpretazione nelle conversazioni, “Studi italiani di linguistica teorica ed applicata”, (“prioritarizzazione del ruolo del parlante”). Prioritarerisalirebbe invece al 1985 in “Nord e Sud”, Volume XXII (“prioritare la pre-scuola e l'istruzione degli adulti”), mentre non c’è traccia di un ipotetico prioritazione.
Più antico invece risulta priorizzare, la cui paternità, insieme a quella del sostantivopriorizzazione, sembra potersi attribuire a Simone Corleo (1823-1891), filosofo e politico siciliano, che nella sua Filosofia universale (Palermo 1860 e 1863), aveva coniato il principio della “priorizzazione dei concetti”. All’interno dell’opera ricorrono assai spesso sia il sostantivo sia il verbo, soprattutto il participio passatopriorizzato. Solo qualche esempio: “La scoverta della priorizzazione dei concettimi diede la chiave per ispiegare la necessità ed universalità de’ giudizii assoluti; […] ebbi a vedere che i concetti, una volta formati, divengono punti fermi ed immutabili, e prendono, per cosi dire, il davanti, si priorizzano”(p.261); “imperocché tutte le verità assolute del regno logico [...] non son altro, che i concetti priorizzati, cioè i punti fermi delle idee” (p.547) [corsivi nostri]. Il verbo e il sostantivo sarebbero quindi nati nell’ambito intellettuale della Sicilia risorgimentale; in seguito, a partire dalla pubblicazione della Filosofia universale, la “priorizzazione dei concetti” è stata discussa in ambito filosofico (lo fecero tra gli altri Benedetto Croce e Giovanni Gentile), favorendo il diffondersi di verbo e sostantivo nell’ambito della disciplina; successivamente priorizzare e priorizzazione si sono affermati negli studi di sociologia e pedagogia, di politica e storia, fino a quelli di economia.
È possibile che priorizzare, una volta uscito dall’ambito culturale di origine, intorno agli anni Ottanta si sia inserito tra le possibili “risposte italiane” all’ingleseprioritize (e prioritization), che si stavano affermando in quel periodo, trovando un nuovo impulso alla sua diffusione. Da un sondaggio in rete si può dedurre che attualmente gli ambiti d’impiego delle forme verbali citate e dei sostantivi derivati siano pressoché gli stessi: la gestione aziendale e il marketing, le associazioni sindacali, le amministrazioni pubbliche e la sanità, l’informatica, la telefonia mobile e perfino, con discreto successo, il body building: si possono priorizzare oprioritare o prioritizzare o prioritarizzare i prodotti turistici e le richieste dei clienti, gli obiettivi e gli interventi, gli atti amministrativi e i flussi ciclabili, i problemi di salute ei pazienti in lista d’attesa, i frame e i file, i pacchetti e le connessioni di rete e perfinoi quadricipiti.
Se non appaiono ormai differenze sostanziali in rapporto ai settori d’uso, è però riscontrabile un’occorrenza decisamente minore di prioritazione rispetto ai sostantivi concorrenti; anche prioritare sembra (la ricerca presenta troppo “rumore” per permettere affermazioni certe) meno diffuso degli altri verbi. Prioritarizzare eprioritarizzazione hanno una diffusione discreta e praticamente equivalente; infine i più usati risultano decisamente l’anglismo prioritizzazione, ma non prioritizzare, e il verbo priorizzare, ma non il sostantivo priorizzazione.
Per concludere, priorizzare e priorizzazione, presenti nella tradizione scritta della nostra lingua da quasi due secoli, rappresentano a nostro avviso la più idonea tra le possibili scelte, anche se non è da escludere per il futuro un accoglimento diprioritizzare e prioritizzazione grazie alla loro larga affermazione nell’uso.
A cura di Matilde Paoli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca



Che dire, che aggiungere?
Solo che amo la lingua italiana, e amo teneramente chi la ama.
"Priorizzare i quadricipiti"........

lunedì 23 aprile 2012

Nostalgia del Tango

Grazie all'amico che mi ha fatto ascoltare questo sorprendente pezzo pieno di contaminazioni, 'sporco', e insieme così puro. Il video è di troppo; molto meglio chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalla musica. Immagino che da ballare sia incredibile, solo ad esserne davvero capaci.




domenica 15 aprile 2012

Ideazione

Che prevalga l'idea, o l'azione...



sabato 14 aprile 2012

Inseguimento



Entro nella torre delle mie paure,
chiudo la porta su quella oscura colpa,
sprango la porta, tutte le porte sprango.
Il sangue corre, mi rimbomba
nelle orecchie: il passo
della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.
Il passo della pantera è sulle scale,
ora la sento che sale, che sale.

[Sylvia Plath]

martedì 27 marzo 2012

Cronotàssi

Elenco ordinato cronologicamente di persone succedutesi in una carica.
Usato specialmente nelle successioni di vescovi 

martedì 20 marzo 2012

Morale

Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai.


[Gabriel  García Márquez , Memoria delle mie puttane tristi]

sabato 18 febbraio 2012

mercoledì 15 febbraio 2012

Neve

More about Il richiamo della foresta
Non l'avevo letto da bambina.
L'ho fatto ora, ad alta voce, con due piccoli lettori in erba, mentre fuori nevicava.
Bellissimo.

martedì 14 febbraio 2012

Esistenza

More about La nausea
La Nausea: diario di ventitré giorni d’inverno, dal 30 gennaio al 21 febbraio del 1932. Giusto ottant’anni fa. In questi giorni, Roquentin-Sartre sente la sua inquietudine prendere forma, e scopre la Nausea. Tutto quel che segue è un tentativo affannoso e vano di cogliere la natura della Nausea, prima, e poi di sconfessare l’evidenza di quanto in realtà gli è chiaro fin dall’inizio. Consapevole da subito della sovrabbondanza e dell’ottusità fine a se stessa di ciò che esiste, Roquentin cerca in ogni modo qualcosa che dia torto alla sua intuizione, ovvero l’impossibilità per l’uomo di sollevarsi al di sopra dell’esistente e di dargli un senso.
Tenta dapprima, ingenuamente, di trovare un barlume di umanità nel suo stesso volto, che tuttavia gli appare muto come una carta geologica, inumano. Cerca un appiglio nelle parole, e pure è conscio che quest’ultime, nel descriverla, immediatamente congelano la realtà e ne fanno qualcosa d'altro; sa da subito che l'esistenza resterà sempre più ottusa e più forte di qualsiasi sua razionalizzazione. Si aggira quindi confuso in una “folla tragica” incapace di sfuggire al proprio destino; e il fatto di averne consapevolezza gli permette di cogliere la “sensazione di fatalità”, ma lo lascia costretto in un’uguale impossibilità di scelta, forzato nello stesso ‘tragico’ stato di esistente. In pieno carnevale, tempo di rovesciamenti necessari alla ricostituzione dell’ordine, prova qualcosa che “è come la Nausea e tuttavia è esattamente l’opposto: finalmente [gli] capita un’avventura”; ma anche questa (che pure non ci è dato di sapere in che cosa consista) giungerà a termine, e lascerà tutto esattamente immutato. Roquentin spera quindi nel potere della volontà (“Immagino sia per pigrizia che il mondo si rassomiglia tutti i giorni. Oggi aveva l’aria di voler cambiare. E allora tutto, tutto poteva succedere”) e dell’iconografia di una galleria di ritratti di nullità che non hanno inciso né lasciato traccia.
Trova a volte rifugio e sollievo nella biblioteca, che è ricordo di ciò che è stato, è memoria; ma spesso ne deve fuggire perché anche là sente incombere la mancanza di senso. Ed è proprio in biblioteca, dopo la decisione di abbandonare la ricerca storica, che Antoine perde una battaglia cruciale: “Ho voglia di alzarmi, di fare una cosa qualsiasi per stordirmi. Ma se alzo un dito, se non me ne sto assolutamente fermo, so benissimo cosa mi capiterà. E non voglio che mi capiti ancora. Tornerà sempre anche troppo presto. […] Soprattutto non muoversi, non muoversi… Ah! / Questo movimento delle spalle, non ho potuto trattenerlo. /  La Cosa, che aspettava, s’è svegliata, mi s’è sciolta addosso, cola dentro di me, ne son pieno… […] L’esistenza liberata, svincolata, rifluisce in me. Esisto. / Esisto. E’ dolce, dolcissimo, lentissimo”.
Roquentin non riesce più ad opporre resistenza, è tentato dall’abbandonarsi all’animalità dell’esistere, ne sente la lusinga; ma allo stesso tempo ne è atterrito. Non sa smettere di pensare, non sa smettere di esistere, sente di esistere suo malgrado e tenta un’impossibile fuga. “I pensieri, non c’è niente di più insipido. Ancora più insipido della carne.  […] Esisto perché penso… e non posso impedirmi di pensare […] sono perché penso, e perché penso?”. Esce, Antoine, lascia la biblioteca e si getta fuori. “Come esistono forte oggi le cose!” E’ oltre la Nausea e, colto dal panico di non poter sfuggire al mondo e a se stesso, trova in una notizia “Sensazionale” un ultimo disperato appiglio: lo stupro, tentativo estremo di salvezza. Di più: lo stupro di una bambina. Roquentin si perde in un desiderio lordo e violento, si sporca con i dettagli più sordidi, le dita della piccola contratte nel fango, e l’evocazione delle immagini diventa ricordo: “il fango sul mio dito [=pene] che usciva dal rigagnolo fangoso e ricadeva dolcemente, pian piano, s’afflosciava, grattava meno forte le dita della bambina ch’era strangolata […] l’esistenza è molle”. E’ forse Antoine, l’”ignobile individuo”, lo stupratore della “piccola Luciana assalita da dietro, violata dall’esistenza da dietro”? E’ forse questo, ciò che voleva non gli capitasse più? E dopo tutto, se Antoine irrimediabilmente esiste, se nemmeno questo tentativo estremo di strappo all’ottusa ‘molle’ continuità dell’esistenza ha alcun esito, se nemmeno lo stupro di una bambina è sufficiente a far finalmente ‘accadere’ qualcosa, fa forse differenza se, a commetterlo, sia stato un esistente o un altro? Se Antoine è in grado di rivivere, di sentire nella carne ciò che è successo, potrebbe benissimo esserne stato l’autore. Non cambierebbe comunque nulla.
Scrive Antoine: “Niente. Esistito”. Ovvero la crisi, l’urlo del giorno precedente, l’evocazione / memoria della violenza non sono servite, tutto è rimasto uguale a prima, l’esistenza ha avuto ancora una volta il sopravvento. E così, l’indomani, schiaccia la mosca con noncuranza, lui che nello spirito e forse nel corpo ha perpetrato una violenza ben maggiore, e afferma: “L’ho sbarazzata dell’esistenza. […] Le ho reso un servigio”. Alla mosca, alla bambina? Comunque sia, perfino uccidere rimane un atto interno all’esistente.
“E’ dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto – il mondo esiste – ed io so che il mondo esiste. Ecco tutto. Ma mi è indifferente. […] La Nausea […] sono io stesso”:  la guerra è persa, Antoine esiste esattamente con la stessa mostruosa evidenza di una radice di castagno, parte indistinta di un tutto senza senso, di un’esistenza eccessiva e invadente dalla quale non si può sfuggire nemmeno con l’atto volontario di togliersi la vita – resterebbe un cadavere, sangue, ossa, tutto è di troppo - anche questo.
Roquentin esclude il ricorso a qualche trascendenza, perché la Nausea è proprio consapevolezza della gratuità dell’esistente, che esiste senza causa e senza fine, e senza lasciare di sé un ricordo. Avvolto da tanta passività appiccicosa, Antoine ne prova oppressione e, visto vanificarsi ogni tentativo di riscatto, finalmente, noia. Incontrerà Anny, antica amante ormai grassa, molle, “tornata solo per toglier[gli] ogni speranza”. Deciderà di lasciare Bouville, come se ciò potesse fare una qualsiasi differenza. Tanto per fugare ogni dubbio, vedrà in un patetico Autodidatta  incontrato in biblioteca la crassa esistenza corporea sopraffare lo sforzo intellettuale e l’idea politica, vanificandole.
Solo ascoltando e riascoltando il canto del sassofono, Antoine si culla brevemente, fugacemente in qualcosa che, infine, ha una propria completezza, perfino un senso; e coglie infine il desiderio che ha accomunato tutti i suoi tentativi affannosi e all’apparenza slegati: “cacciare l’esistenza fuori di me” e, finalmente, ESSERE. Essere come l’aria di jazz, nata dal pensiero di un uomo qualunque, resa viva dalla voce di una qualunque donna, ma ormai indipendente e autonoma, e perfetta. Peccato, peccato che la musica, al pari di una perfetta figura geometrica, non possa anche ‘esistere’…