Sbagliare strada. Perdere l’aereo. Dimenticare la carta di credito al sexy-shop. Accorgersi di non aver messo il rullino nella macchina fotografica. Buttare via la ricevuta del parcheggio dell’aeroporto. Arrivare alle 14.05 a una visita che incomincia alle 14, dimenticando che siamo in Germania; e dover aspettare un’ora prima che cominci la prossima.
parole scritte o dette, parole in versi o in prosa, parole per convincere o per ricordare, per confidarsi, redimersi o mentire: questo spazio è dedicato alla lettura, alla scrittura, e alla vita.
lunedì 28 febbraio 2011
domenica 27 febbraio 2011
Berlino: il Muro
- Divide a mezzo una città.
Sbagliato. Il muro non è una linea retta, ma una forma chiusa. Circonda, non scinde. Per questo la donna-angelo di cui Damiel si innamora dice che a Berlino non ci si può perdere. Il muro corre intorno a Berlino ovest, e non è più così chiaro se prigioniero sia chi è stato accerchiato, o chi è rimasto fuori.
Il muro era lungo centosessanta chilometri; e lo è ancora, solo che non lo si vede più, e ad attraversarlo si sente appena un leggero brivido. Forse un terzo del muro è ciò che siamo abituati a immaginare: pannelli di cemento colorati su un lato, e al di là case appena un po’ più tristi. Ma per oltre due terzi il muro corre tra prati alberi e ruscelli e casette di periferia e fattorie in aperta campagna, e appare se possibile ancora più insensato.
Damen
In un ristorante svevo a Schöneberg si trova la toilette femminile più accogliente che io conosca. Alle pareti, piastrelle color prugna. Sanitari rosa collocati negli angoli, con un piccolo lavandino triangolare. Sapone, carta igienica, asciugamani di carta abbondantissimi. Poi salviette umide e un cestino con salvaslip in bustina. Alla parete, vicino alla porta, uno specchio con mensola; e sulla mensola, ogni ben di dio: fazzoletti, cotton fioc, forcine decorate e semplici, poi fondotinta, lacca per capelli e ben due tipi di crema idratante!
Memoria privata
sabato 26 febbraio 2011
Memoria civile
Berlino è una città con tanti scheletri nell’armadio.
La differenza con altri posti è che a Berlino gli armadi li aprono e provano magari a dare aria alle stanze, ma non è facile, bisognerà lasciare tutto aperto per un bel po’ prima che si possa di nuovo respirare. E intanto si vedono le ragnatele, la muffa, si sente odore di marcio e decomposizione.
Il muro non c’è più, rimane una lunga cicatrice. La fretta di costruire può aver indotto a credere che ci fosse una volontà di cancellare e di negare il passato. Forse per qualche tempo è stato vero; ma, ventidue anni dopo l’abbattimento del muro, non è questo che sta succedendo e non è questo che appare. Emergono invece i segni di una volontà diversa, di mostrare di più, di allestire qualcosa di più esplicito, di chiaro, di didattico, che aiuti a ricordare.
Fino a qui sarebbe facile: il muro è il simbolo della città, rappresenta ciò che la parte buona e positiva di Berlino è stata in grado di superare. Ma Berlino non si ferma qui. Berlino lavora per ricordare anche le proprie cattive azioni, il proprio lato oscuro. La Topografia del terrore è stata voluta dai cittadini, per mantenere traccia dei mostri. Mostri che sono “loro”, sono altri; ma che per un tedesco, un berlinese soprattutto, sono necessariamente, dolorosamente anche “noi”. Chi si occupava di eliminare gli zingari, gli ebrei, gli asociali, i malati: dopo, che fine hanno fatto, tutti? Ecco le foto di processi, ma anche di pensionati che innaffiano il giardino di casa, nonni con i nipoti, persone normali che sono normalmente tornate a vivere, magari con impieghi di riguardo nella nuova amministrazione democratica.
Poi basta attraversare il cortile di pietre scure, che sembrano ancora macerie; la cicatrice del muro; e la strada. Ed ecco il museo che espone l’archivio della StaSi, aperto appena un mese fa. StaSi: Sicurezza dello Stato. Berlino ha aperto l’archivio, ha letto, è rabbrividita: niente sarebbe stato più semplice che richiudere, negare, far sparire. Invece, ecco esposti i rapporti di ragazzi di 17 anni su loro compagni di scuola; riprese nascoste che mostrano momenti privati di persone qualunque, una coppia che passeggia, gruppetti di punk che stazionano a un incrocio, una segretaria cinquantenne al lavoro nel suo ufficio. Almeno una persona su cento era un informatore; di più in alcuni ambienti, come l’impiego pubblico. Nell’esercito si arrivava a un informatore ogni quattro soldati. Non sarebbe stato possibile processare tutti. Perciò tutti, o quasi tutti, fanno oggi la spesa negli stessi supermercati di chi un tempo osservavano.
Qualche chilometro di tram, ogni fermata annunciata e segnalata con cura, e intanto là fuori il centro diventa periferia, orientale. Si scende quando si è ormai quasi persa la speranza di arrivare. Restano da percorrere ancora alcuni isolati spogli, trascurati; in fondo alla strada, un muro. In mezzo al muro, un cancello. E dietro il cancello, la principale delle sedici prigioni della StaSi. Perché Berlino è capitale, e lo è sempre. Torture fisiche in ossequio alla tradizione staliniana. Dopo il 1953, ambienti accoglienti, metodi più umani: solo violenza psicologica. Chi accompagna i turisti a visitare celle e sale per gli interrogatori sono oggi ex prigionieri. Quelli che ne sono usciti con un equilibrio mentale sufficiente; gli altri, no.
Anche qui, sarebbe stato semplice chiudere il cancello e attendere che il tempo galantuomo passasse anche di qui. Come, di nuovo in centro, sarebbe stato semplice, e conveniente, costruire grattacieli o centri commerciali; invece, Berlino ha dedicato un intero isolato a due passi dalla Porta di Brandeburgo ai blocchi cupi del memoriale dell’Olocausto. Ha lasciato uno spazio vuoto dove un tempo sorgeva, e si inabissava nel terreno, il bunker di Hitler.
Berlin, Alexanderplatz
La fontana è circondata da centri commerciali. I turisti sono gli stessi, uguali i venditori ambulanti di bratwurst. Uguale anche il sole velato dalla cappa di smog che crea quella luminescenza quasi poetica, visibile atterrando di notte a Berlino.
E pure, ventidue anni non sono bastati a rendere le due Berlino confondibili tra loro. E’ rimasta qui una patina di paese socialista, e attraversare la città a bordo di un autobus permette di immergervisi poco alla volta. E gradualmente, lasciandosi alle spalle la grande antenna televisiva, i palazzi cominciano a somigliarsi l’un l’altro, tutti con le stesse finestre quadrate a distanze regolari, senza mai un balcone, senza mai niente di decorativo. Funzione. Funzione. Funzione abitativa. Omologazione degli abitanti, uguaglianza forzata, appiattimento del pensiero.
Palazzo piastrellato in toni rosa, arancio e salmone. Giardino alberato. Palazzo piastrellato di bianco con elementi verdi. Giardino alberato. Palazzo intonacato a fasce bianche e azzurre. Palazzo intonacato a fasce bianche e rosse. Palazzo intonacato a fasce bianche e ocra. Giardino alberato. Palazzo color sabbia e mattone. Giardino alberato. Complice la stagione, che rende brulli e poco invitanti i giardini, il paesaggio è desolato.
venerdì 25 febbraio 2011
Esterno, giorno
Avvicinare Berlino partendo da Potsdamerplatz disorienta. Si esce dalla terra, dalla U-bahn, ed ecco vetro, acciaio, forme audaci, spigoli vivi: troppi dettagli richiamano l’attenzione, i sensi sono attratti e distratti. Mancano i punti di riferimento, serve qualcosa da cui partire per prendere le misure.
Potsdamerplatz: tutto è nuovissimo, potrebbe essere l’ennesimo non-luogo costruito in mezzo al nulla; invece è un Luogo sovraccarico di storia. Piazza vivacissima, poi nulla. Ma proprio nulla, terra bruciata, tabula rasa. Annientamento della memoria. Il muro taglia a metà lo spazio vuoto, per qualche tempo un viadotto sospeso ne oscura la luce. Quindi, di nuovo vita: spazio bianco da reinventare. E allora su, verso l’alto – palazzi, audacia. E verso il basso, a popolare il sottosuolo a renderlo di nuovo percorribile, tra le due metà di una città orgogliosa.
Spaesamento. Bisogno di orientarsi e capire. Non per niente proprio qui hanno aperto il PanoramaPunkt: ventiquattro piani a una velocità inusitata, e tutto appare più chiaro. A nord: un palazzo trasparente, il reichstag, il memoriale dell’olocausto. Est: Leipzigplatz, una sorta di nordica Piazza esedra. Sud: uno sconfinato quartiere in costruzione, luccicante di sole gelido. A ovest ci si può affacciare soltanto dal Panorama Café, là si trova il centro culturale della città nuova, musei gallerie e la sede più recente della Biblioteca Nazionale.
giovedì 24 febbraio 2011
Interno berlinese
La Casa si trova in cima a una scala ripida con corrimani in ciliegio e teste di angeli e putti di gesso, da una parete pende un foglio stampato da un inquilino arrabbiato per qualcosa. La Casa ha pavimenti in legno chiaro, robusto, non lucidato; e soffitti alti e bianchi, decorati con cornici e rosoni di stucco. Dentro, tanti mobili Ikea e qualcosa dal mercatino delle pulci o comperato su ebay: proprio come diceva la guida turistica. Le finestre sono ampie, molto luminose, incorniciate da archi. Porte a doppia anta con architravi importanti in legno dipinto di bianco, come la carta da parati a leggero rilievo.
Dettagli, dettagli, dettagli…
Ma qui, sessant’anni fa, non c’era niente: tutto distrutto dai bombardamenti, i palazzi sopravvissuti si conoscono e si possono contare. E’ stato tutto ricostruito, e ricostruito così: non anonimi cubi di cemento, da realizzare in fretta e abitare subito, senz’anima. Ma Case, vere Case, fatte per viverci realmente, per sentirne il calore, perché siano accoglienti e vive.
Berlino è ua città ricostruita da qualcuno che ci ha voluto credere.Grazie a Paolo che ci ospita, e a Cristina.
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