giovedì 24 febbraio 2011

Berlino, prima di Berlino

Berlino prima di Berlino è un'immagine sfocata. A colori, ma sbiaditi, e pure luminosi. E' un luogo di trent'anni fa, percorso da molti giovani, di quei giovani veri di diciotto o vent'anni, non quegli stessi che oggi hanno superato la mezza età e si continua a chiamarli così. Quelli, che poi saremmo noi.
Berlino prima di Berlino è grigia e percorsa da ragazzi magri con pantaloni neri e orecchini dispari e spille da balia un poco ovunque; da ragazze molto truccate con i capelli molto biondi e cotonati, e un certo pessimo gusto diffuso, che non si sa se sia più dovuto ai tempi o al luogo.
Berlino prima di Berlino è anche una strada con poche macchine, vento che fa rotolare cartacce, e molto freddo.
Poi Berlino è anche un muro, alto più o meno così, molto colorato da una parte, dall'altra non so. Perché dall'altra parte del muro, non c'è niente. Case ancora più grigie, strade ancora più deserte, forse fa anche più freddo. Le poche macchine sono vecchie, sgraziate, rumorose. Uomini e donne sono pallidi e magri, e non ridono quasi mai. Questa Berlino che non c'è somiglia alla Polonia di Tarkovskij, e ci nevica spesso.
Ancora, Berlino prima di Berlino è una vecchia immagine con molto nero e molto rosso, e quando si fa sera si accende un fuoco. Scene confuse, affollate; sopra il muro un uomo, poi molti, e tanto rumore, e musica rock, e locali fumosi perché ancora si può fumare, e fumano in tanti, a Berlino, e anche di birra ne scorre parecchia. E nella Berlino prima di Berlino c'è o c'era uno zoo, o almeno una stazione della metropolitana che si chiama così.
Sotto il cielo velato di Berlino prima di Berlino ci sono anche immagini in bianco e nero, di altri 35 più vecchie. Fotogrammi incerti e tremanti, edifici in rovina e ancora nebbia, che forse è polvere o fumo, che sale dalle pietre dei palazzi crollati. Sotto, una povera umanità. E da qualche parte, chi sa dove, c'è un bunker, immagino una sorta di container di cemento, sepolto sotto terra. 

Questa è Berlino prima di Berlino: iniziale, originaria, archetipica, sedimentata negli anni.

martedì 22 febbraio 2011

Il cielo sopra Berlino

Ti ricordi come una mattina il vivere, l'essere a nostra immagine da tanto tempo atteso, è uscito dalla savana, l'erba incollata alla fronte? E come la sua prima parola fosse un grido? Disse "ah!"; o "aaah!"; oppure "oh!". O fu semplicemente un gemito. Di quest'uomo abbiamo potuto ridere, finalmente: per la prima volta. E dal suo grido, e dal modo con cui chiamava i suoi successori, abbiamo imparato a parlare.
Una lunga storia: il sole, i lampi, il tuono su nel cielo, e sotto, sulla terra, i falò, i salti in aria, le danze circolari, i segni, la scrittura. Poi all'improvviso uno uscì dal cerchio: si mise a correre dritto, e intanto che correva sempre dritto (curvando, qualche volta, per baldanza) sembrò libero. E noi allora potemmo ridere con lui. Ma poi cambiò di colpo: si mise a correre a zig zag, le pietre volavano... Con la sua fuga iniziava un'altra storia: la storia delle guerre, che ancora dura. Ma anche la prima, quella dell'erba, del sole, dei salti in aria e delle grida, dura ancora...
 
[Damiel]



Stupore. Stupore grande è scoprire che questo bellissimo poetico film - con i monologhi lucidi e sospesi di Peter Handke,  con le riflessioni sull'umanità e la sensazione, sulla finitezza e la realtà, con tante tante scene nella grande biblioteca, tra il brusio sommesso del pensiero di chi studia (quante volte l'ho sentito! quante volte sono entrata in biblioteca per goderne, per sapere di farne parte!)... - che questo film è stato girato per intero senza il sostegno della parola scritta. Senza un copione.


Quanta fiducia nell'umanità dell'uomo, nella sua capacità di creare e di essere. Quale bellissimo esempio di follia, nell'affidarsi a se stessi senza la pretesa di potersi bastare.


Poi c'è Berlino; e per le sale da ballo demolite, per le strade e le piazze e i muri che non esistono più, per i nuovi centri commerciali e l'anima antica, rimane ancora tanta curiosità.

domenica 20 febbraio 2011

Nell'abbraccio del tango

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Lo stile scolastico di Elisabetta Muraca non incoraggia la lettura: l'introduzione induce ad attendersi di leggere un trattatello di psicologia del tango; la trascrizione letterale di conversazioni email e interviste, compresi saluti e reciproci rituali complimenti, ha qualcosa di ingenuo e di indiscreto; e troppe volte l'autrice cita se stessa, vezzo discutibile anche nel caso di grandi autori. Il libro prende quota lentamente, dai capitoli iniziali decisamente faticosi agi ultimi, più sciolti e scorrevoli.


"Nell'abbraccio del tango" sembra soffrire di un'identità incerta: non è un manuale di psicologia, non è un testo letterario né ha nulla di poetico; ma per chi conosce ancora poco il tango, i capitoli centrali -Dove? Chi? Come?- sono un buon manuale di istruzioni per avvicinarsi alla milonga portena e ai suoi codici, ancora poco noti e niente affatto in uso in Italia. Piacevoli sono anche i ritratti di qualche vecchio milonguero; e la trascrizione dei testi di alcuni classici, con traduzione a fronte.
Molto interessante il paragrafo intitolato "Il tango è maschilista?", che affronta brevemente una domanda che ricorre fuori e dentro le milonghe (soprattutto fuori), proponendo una risposta originale, in chiave politeista.

Conclusa la lettura, estirpato con l'ultimo capitolo ogni residuo desiderio di tango nuevo, rimane su tutte una frase: Per fortuna c'è sempre un tango in cui nascondersi... [p.152]

mercoledì 16 febbraio 2011

Retrotàngo

Questa è una parola che ancora non esiste.


O meglio: ormai tutto esiste, perciò quasi certamente qualcuno ne avrà già fatto uso. Se non sbaglio, Retro Tango è anche il nome di un gruppo di tango nuevo di Montevideo. E poi c'è il Tango rétro, un po' il contrario del tango nuevo...


Ma Retrotàngo è per me una parola tutta nuova, inventata da un certo amico lettore che cerca di capire cosa ci sia "dietro" il tango: cosa pensi, cosa legga soprattutto, magari poi perfino come viva chi, quando si fa sera o notte, desidera cerca e anela a una milonga.


Retrotàngo mi sembra una bella idea, e una bellissima parola. Quadrisillaba, piana; come la prima parte di una base, l'inizio del primo tango della tanda, quando ci si avvicina, si comincia appena a conoscersi, si prendono le misure. Retro: all'indietro, come quasi tutti i passi della donna. E anche un po' rétro, come un buon tango milonguero, abbraccio stretto, ascolto di respiri, leggermente fuori moda come El Choclo in una versione del 1929, appena  più ritmato di quanto ci si aspetterebbe.


sabato 12 febbraio 2011

I Malcontenti

More about I malcontenti93. E concludevano, quei critici, dicendo, più o meno: Non sarebbe ora, c'è stata anche la rivoluzione, non sarebbe ora di smetterla, con questa letteratura di finzione, non sarebbe ora di smetterla, con tutti questi Tarzan, non sarebbe ora di smetterla, con queste trame rotonde con i colpi di scena che te li aspetti fin da prima di prendere il libro i mano? Non sarebbe il caso di provare a fare uscire le trame della vita? Non sarebbe meglio provare a percorrere la strada dei fatti? Non sarebbe bene osservare i fatti? E poi raccontarli così come son stati? Non sarebbe il caso che la trama descriva la vita, e che quelli che scrivono si limitino a raccontare?


94. Questo, più o meno, dicevano i critici russi, o meglio, sovietici, ala fine degli anni venti del secolo scorso, e va bene, e io per molto tempo ho perfino pensato che quella, sicuro, era la strada.
Però adesso che devo raccontar questa storia di fatti, perché effettivamente, non c'è niente da fare, le cose sono andate esattamente così, adesso che devo raccontare questa storia di fatti, i dubbi mi vengono.


Eh, già. La vita da raccontare. Facile, no? I fatti si danno, lo scrittore li descrive. E invece no, i fatti sono fatti e anche il racconto più fedele è interpretazione e richiede arte: bisogna scegliere un punto di vista, uno stile, un genere, scartare una grande quantità di fatti decidendo che sono minori, o irrilevanti ai fini di, e poi è necessario scegliere quelli importanti, metterli in ordine, concatenarli... e scegliere le parole, una per una, tutte senza eccezioni, e le virgole, e i punti e i puntievirgola...


Insomma: il realismo non esiste, la letteratura è altro. E siamo d'accordo. Peccato però che, per cantare la letteratura-che-narra-la-vita-ma-vita-non-è, Nori utilizzi lo stile colloquiale, spezzato, divagante così caratteristico e suo, perfetto per il blog, ma che purtroppo non riesce altrettanto bene sulla pagina.
Lettura guastata anche dal fatto che, alla mia copia del romanzo, mancano le pagine da 65 a 76. Peccato, si. 


Sono un po' delusa.
O forse non ho capito?

domenica 6 febbraio 2011

Atlante del Mondo interiore

More about Atlante del mondo interioreBrevi cenni su un universo, ma quale?
Navigare in superficie e a volte tuffarsi verso il fondo, ma senza correre troppi rischi.
Questo libro disorienta; che, per un atlante, non è poco.

Buenos Aires café

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Cosa ci si aspetta da un libro fotografico intitolato "I caffè di Buenos Aires"? Evidentemente, delle foto dei caffè di Buenos Aires: vecchi tavoli con vecchie bottiglie, tazze usate, specchi consunti, sigarette di personaggi pensosi e assorti, e poi naturalmente tacchi, gambe, schiene nude, giovani donne abbracciate da uomini rugosi. Poi magari un po' di contesto, strade e palazzi scalcinati, qualcosa su Plaza de Mayo, improbabili botteghe.
Bene: c'è tutto. Le foto sono belle, sporche al punto giusto, ben impaginate, ottima carta non troppo lucida non troppo opaca, insomma davvero tutto a posto.
Poi, ci sono i testi. E qui davvero qualcosa sfugge. Pagine e pagine di diario di viaggio che non decolla, appunti personali poco o punto rielaborati, il testo non riesce a diventare interessante, a superare quanto meno l'interesse affettivo e di memoria personale che hanno tutti gli appunti di tutti i viaggi di tutti noi.
I racconti presentano degli spunti poetici; ma anche qui, è come se non riuscissero a svilupparsi, a diventare magici, o a diventare politici; rimangono abbozzi con un senso di provvisorio e di già visto.
Peccato.

mercoledì 2 febbraio 2011

Coriandolizzazione

Questa parola l'ho sentita pronunciare a proposito delle tante, troppe sedi di Università, e dei troppi Atenei aperti in pochi anni. "Coriandolizzazione dell'offerta", ho sentito.
L'ennesima parola superflua.
Però almeno suona bene, evoca atmosfere carnascialesche, non troppo fuori luogo oggi, che all'Università si chiede di vivere d'aria e di amore (amore per il lavoro, preferibilmente precario); a meno che, come un paio di regioni del nord, non si riesca a beneficiare dei fondi extra, a diretta disposizione del Ministro.
Poi, tra cinque o dieci anni, qualcuno ci verrà a dire che anche all'Università il nord trascina il resto d'Italia, che invece è così, coriandolizzata...

domenica 23 gennaio 2011

Spiraleggiante

Romain Gary, Mio caro pitone


Non nascondo che sarei assai triste, a dir poco, se venissi obbligato a fare uso di parole e forme di lungo corso, nel senso corrente, impedendo così alle mie parole di trovare uno sbocco. […] …voglio fortemente che il linguaggio impiegato nel presente scritto viva una propria indipendenza e abbia sempre la possibilità di ricomporre altrimenti il proprio senso, al di là dell’uso corrente. Già, perché è la speranza stessa a esigere che il vocabolario non sia condannato all’immobilità perenne, pena la sua sconfitta.
More about Mio caro pitoneGià dalla prima pagina, il romanzo si presenta come manifesto della libertà di essere e di esprimersi in maniera autentica. Per questo, leggerlo non è sempre facile, il linguaggio è così libero da divenire poco comprensibile, e pure i pensieri di Monsieur Cousin seguono percorsi ardui.

Non si sa mai abbastanza quanto sia straordinaria la forza della nostra debolezza e quanto sia difficile resisterle.
Cousin tenta di passare inosservato, di seguire tutte le regole, di apparire “normale”; è disposto, per questo, perfino a ingoiare merda (sic!). Ma quella che lui chiama debolezza è ciò che lo rende diverso, unico, ciò lo salva dalla semplice esistenza, dal vivere soltanto in conseguenza dell’essere venuti al mondo per vie urinarie; e gli offre una possibilità di esistenza autentica.

Anch’io avrei voluto essere un altro, avrei voluto essere me stesso.
Nella rassicurante routine dell’impiegato che si occupa di statistica, Cousin non trova possibilità di amore, la prospettiva di scoprirsi lo atterrisce, ogni tentativo finisce in farsa. E’ nel suo bilocale che trova il modo di procurarsi gli abbracci di cui tanto ha bisogno, adottando un pitone di due metri e venti, Gros-Calin, che lo avvolge e lo consola, e che Cousin ama al punto di divenire pitone lui stesso. Tra gli umani, sono le buone puttane, rispettose di poche regole chiare e inequivoche, le uniche capaci di alleviare la sua solitudine e lo spaesamento. Perfino la sua collega signorina Dreyfus, inutilmente amata per tanto tempo, soltanto in un bordello potrà divenire reale ed “amabile”. Che sia questa, la possibilità di amore che gli è data? E accetterà la signorina Dreyfus di convivere con un pitone?

Si arrotola il pitone, si annodano i pensieri di Cousin, e pure la narrazione segue un andamento a spirale. Il cosiddetto finale ecologico lascia sperare in un’apertura diversa, politica e collettiva, alla possibilità di un’esistenza reale. Il fattorino licenziato per attività sovversive, l’assistente dell’ospedale psichiatrico che ha riconosciuto in Cousin il pitone capace di fingere per tornare libero, la signorina Dreyfus che si vergogna di servire da impiegata e preferisce essere una buona puttana: sono loro che non intendono più adattarsi, loro ad essere capaci di esistenze vere. A Cousin/Gros-Calin tremano le gambe, che non ha in quanto pitone, ma è finalmente così debole da aver trovato il coraggio di sperare. Forse perfino di nascere.

sabato 22 gennaio 2011

Dormi, bambino

More about Dormi, bambino, dormi Può anche darsi che dorma-il-bambino-dorma; e così pure mamma e papà. Ma se tra quindici anni vi soffoca nel sonno mentre siete voi, a dormire sonni beati, poi non vi lamentate!